Dalla cura alla morte: la deriva silenziosa che sta avanzando

Dalla cura alla morte: la deriva silenziosa che sta avanzando

Una donna di 84 anni entra in ospedale per un mal di schiena e si sente proporre l’eutanasia prima ancora di una diagnosi. Non è una provocazione, ma un fatto reale accaduto in Canada. Nello stesso momento, in Europa, un adolescente autistico viene ucciso con un’iniezione letale. E mentre questi casi emergono, in Italia si discute sempre più concretamente di una legge sul fine vita.

QUANDO LA CURA DIVENTA PROPOSTA DI MORTE

La vicenda di Miriam Lancaster, raccontata dalla giornalista Tessa Gervasini su EWTN, segna un punto di non ritorno. Arrivata al pronto soccorso del Vancouver General Hospital per un forte dolore alla schiena, la prima proposta ricevuta è stata: «Vorrei offrirle l’assistenza medica alla morte».

Non una diagnosi. Non una terapia. Ma la morte.

La donna, cattolica praticante, ha risposto con fermezza: «No, grazie». Solo dopo è emerso che si trattava di una semplice frattura all’osso sacro, curabile con riposo. Tre settimane dopo, Lancaster è tornata a vivere pienamente: viaggi, esperienze, perfino un’escursione a cavallo.

Secondo quanto riportato dal network cattolico, oggi in Canada 1 morte su 20 avviene tramite eutanasia. E le proposte non richieste agli anziani stanno aumentando.

Amanda Achtman, ricercatrice del Dying to Meet You Project che lavora per umanizzare il dibattito sulla sofferenza e la morte, ha dichiarato: «Il semplice fatto di proporre l’eutanasia uccide già una persona», perché mina la percezione della propria dignità.

IL CONFINE CHE SI SPOSTA: DAI MALATI TERMINALI AI MINORI

Se qualcuno pensa che si tratti di casi isolati, basta guardare all’Olanda.

Secondo quanto riportato da Sharon Kirkey sul National Post, nel 2023 un adolescente autistico tra i 16 e i 18 anni è stato sottoposto a eutanasia. Non era malato terminale. Soffriva di ansia, difficoltà relazionali, ipersensibilità sensoriale.

Aveva definito la sua vita «senza gioia».

Il medico ha ritenuto che non ci fossero prospettive di miglioramento.

Nel 2024, nei Paesi Bassi, 219 persone sono state uccise per motivi psichiatrici, in aumento rispetto agli 88 casi del 2020. Tra questi, anche giovani.

Il dottor Sonu Gaind, intervistato in merito al caso olandese, ha lanciato un avvertimento: «Questa esperienza dovrebbe essere un campanello d’allarme».

QUANDO LA MORTE ESCE DALLA LEGGE

Negli Stati Uniti, il caso di Mildred Roller, 91 anni, mostra un altro volto della deriva.

Secondo quanto riportato da LifeNews, la donna è morta con un sacchetto sulla testa e un sistema collegato a una bombola di azoto. Non si trattava di eutanasia legale: mancavano i requisiti previsti dalla legge.

Il procuratore della contea di Boulder ha definito il caso «tragico» e chiarito che si tratta di un crimine.

Eppure, il punto centrale è un altro: quando la morte viene normalizzata, esce dai confini della legge.

Come è facile intuire, il cambiamento è culturale prima ancora che giuridico: si passa dalla domanda «è giusto uccidere?» a «in quali condizioni è accettabile farlo?».

IL PRECEDENTE CHE NON POSSIAMO DIMENTICARE

Ventuno anni fa, il mondo assisteva alla morte di Terri Schiavo (1963-2005).

Terri morì dopo 13 giorni di terribile agonia senza acqua né cibo. Non era malata terminale. Era disabile.

Il bioeticista Wesley J. Smith ha definito quel caso «un punto di svolta morale».

Terri veniva descritta come in stato vegetativo, ma secondo diverse testimonianze mostrava reazioni e consapevolezza.

La sua morte ha aperto una strada.

E quella strada oggi è diventata una superautostrada.

E IN ITALIA? UNA LEGGE SEMPRE PIÙ VICINA

Il dibattito italiano si muove nella stessa direzione.

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, in un articolo online del 31 marzo a firma di Niccolò Nisivoccia, la Corte costituzionale ha più volte invitato il Parlamento a intervenire con una legge sul fine vita.

Oggi in Italia l’eutanasia resta formalmente un reato, ma il suicidio assistito è già stato ammesso in alcuni casi dalla stessa Corte costituzionale, a determinate condizioni. 

Questo significa che il confine, anche nel nostro Paese, non è più immobile.

Non è un dibattito nuovo: già da alcuni anni si moltiplicano analisi e pubblicazioni sul tema — tra cui anche il volume "Eutanasia e Suicidio Assistito" pubblicato nel 2021 da Generazione Voglio Vivere — segno di una questione che sta progressivamente entrando nel cuore della discussione pubblica.

Negli ambienti a favore, l’argomento viene presentato come una necessità istituzionale e come risposta alla sofferenza.

Si parla di «atto di giustizia» verso chi soffre.

Ma proprio qui si gioca il punto decisivo: chi decide quando una vita non è più degna di essere vissuta?

LE CONSEGUENZE: I PIÙ FRAGILI NEL MIRINO

Tutti questi casi — Canada, Olanda, Stati Uniti — mostrano una traiettoria chiara:

  • prima i malati terminali

  • poi i malati cronici

  • poi i disturbi psichiatrici

  • poi i minori

  • poi gli anziani soli o fragili

Il criterio cambia, ma la logica resta: alcune vite vengono giudicate “non degne”.

E quando questo principio entra nella legge, entra nella cultura.

Gli anziani iniziano a sentirsi un peso. I malati si percepiscono un costo. I fragili smettono di sentirsi protetti.

UNA DOMANDA CHE NON POSSIAMO EVITARE

«L’essenza della civiltà è che i forti hanno il dovere di proteggere i deboli», ricordava George W. Bush nel caso Schiavo.

Oggi, però, la domanda è più urgente che mai:

vogliamo una società che cura chi soffre… 

o una società che elimina la sofferenza eliminando chi soffre?

Perché tutto inizia così.

Con una proposta.

Poi un’eccezione.

Poi una normalità.

E quando ce ne accorgiamo… il confine è già sparito. E con lui, anche la protezione dei più fragili.

 

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