Dalla Svizzera al Canada: quando la morte diventa un servizio

Dalla Svizzera al Canada: quando la morte diventa un servizio

Una donna di 56 anni, sana, senza malattie terminali, ha deciso di morire in una clinica svizzera pagando 10.000 sterline. Si chiama Wendy Duffy e, come riportato dal Corriere della Sera, partirà per la Svizzera dopo aver organizzato ogni dettaglio della propria morte. Non è un caso isolato: dalla Svizzera al Canada, fino agli Stati Uniti, emergono storie che mostrano come il confine tra “diritto” e soppressione della vita si stia rapidamente assottigliando.

IL CASO CHE SCUOTE L’EUROPA

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, Wendy Duffy, ex assistente sociale britannica, ha scelto di porre fine alla propria vita nonostante non soffra di alcuna patologia fisica. Alla base della sua decisione, il dolore per la perdita del figlio, morto anni prima. «Non provo più alcuna gioia, non ho nessun desiderio di continuare a vivere», ha dichiarato.

La donna ha ottenuto il nullaosta dopo perizie psichiatriche e ha pagato circa 10.000 sterline per accedere alla clinica Pegasos, fondata nel 2019 a Basilea. Ha preparato lettere per i familiari, scelto gli abiti e perfino la musica per il momento finale.

Il dato più significativo è proprio questo: non si tratta di una malattia incurabile, ma di una sofferenza esistenziale. Eppure, il sistema ha risposto offrendo la morte come soluzione.

Non sorprende che, proprio su questi temi, si avverta sempre più l’esigenza di chiarire cosa si intenda davvero per eutanasia e suicidio assistito, spesso presentati in modo semplificato.

DAL “DIRITTO” AL MERCATO DELLA MORTE

Se in Svizzera il suicidio assistito è ormai organizzato come un servizio, in Canada emerge un aspetto ancora più inquietante: la commercializzazione della morte.

Come riporta LifeNews, il canadese Kenneth Law ha venduto online kit contenenti sostanze letali a circa 1.200 persone in tutto il mondo. Le indagini collegano queste vendite a oltre 100 morti, con vittime anche giovanissime: tra loro un ragazzo di 17 anni.

Nonostante la gravità dei fatti, il procedimento giudiziario potrebbe concludersi con una pena relativamente ridotta: un accordo prevede il ritiro delle accuse di omicidio in cambio della dichiarazione di colpevolezza per favoreggiamento al suicidio, con una possibile condanna di circa 14 anni.

Ancora più significativo è il quadro che emerge dalle indagini: il materiale veniva venduto deliberatamente a persone vulnerabili, spesso giovani e fragili, attraverso piattaforme online. «È disgustoso… avrebbero potuto fermarlo molto prima», ha dichiarato la madre di una delle vittime.

Qui il passaggio è evidente: dalla legittimazione culturale del suicidio si passa alla sua normalizzazione commerciale.

LA LEZIONE DIMENTICATA DI TERRI SCHIAVO

Questo scenario richiama inevitabilmente uno dei casi più emblematici degli ultimi decenni: quello di Terri Schiavo.

Terri morì nel 2005 dopo una lunga battaglia legale che portò alla sospensione di alimentazione e idratazione, una decisione imposta dai tribunali. Suo fratello, Bobby Schindler, continua ancora oggi a difendere pazienti in condizioni simili, opponendosi a quelle che definisce pressioni per porre fine alla vita dei più vulnerabili.

La sua esperienza ha messo in luce un punto cruciale: diagnosi come lo stato vegetativo possono essere «soggettive», e diversi pazienti ritenuti incoscienti si sono rivelati invece consapevoli. Nel corso degli anni, molte famiglie si sono rivolte a lui per resistere a decisioni mediche orientate alla cosiddetta “comfort care”, spesso preludio alla sospensione dei trattamenti vitali.

Il caso Schiavo ha segnato una svolta: la morte non come evento naturale, ma come scelta pianificata e autorizzata.

UN CAMBIAMENTO DI CIVILTÀ

Dalla Svizzera al Canada, fino agli Stati Uniti, emerge una traiettoria chiara. Si parte da situazioni limite, si introducono eccezioni, si costruiscono procedure, e infine si arriva a una normalità in cui la morte diventa una risposta tra le altre.

Il punto non è solo giuridico o sanitario. È antropologico.

Se una donna sana può essere accompagnata a morire perché «non prova più gioia», se un mercato può vendere la morte a giovani fragili, se persone disabili possono essere private di acqua e cibo in nome della qualità della vita, allora la domanda diventa inevitabile: quale valore resta alla vita quando diventa condizionata?

In un tempo in cui la sofferenza viene sempre più eliminata invece che accompagnata, la vera sfida è riscoprire ciò che la cultura contemporanea sembra aver dimenticato: che ogni vita, anche fragile, anche ferita, conserva una dignità che nessuna legge può concedere — né togliere.

 

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