Eutanasia a un bambino disabile di due anni: nei Paesi Bassi è già realtà
Nei Paesi Bassi la vita di un bambino disabile di quasi due anni è stata intenzionalmente interrotta con l’eutanasia alla fine del 2025. È il primo caso riguardante un minore tra uno e dodici anni dopo l’estensione della disciplina olandese. Il piccolo non poteva parlare, comunicare o chiedere di morire: la decisione fu presa dagli adulti. Come riferisce LifeNews, la commissione di revisione ha giudicato corretto l’operato del medico. La Procura deve ancora esaminare il caso.
UN BAMBINO COMPLETAMENTE DIPENDENTE
Il rapporto ufficiale della commissione olandese descrive un bambino nato prematuramente all’estero, a 26 settimane e tre giorni di gestazione. Dopo gravi complicazioni e infezioni, gli esami evidenziarono un’estesa lesione cerebrale, una paralisi cerebrale spastica e una probabile compromissione della vista.
A otto mesi gli fu diagnosticata una gravissima forma di epilessia, accompagnata da crisi frequenti, disturbi del sonno, difficoltà respiratorie e problemi di deglutizione. A quasi due anni, l’età dello sviluppo era stimata in circa sei settimane. Il bambino non aveva sviluppato il linguaggio e poteva comunicare solo in modo minimo. La prognosi prevedeva una dipendenza permanente dagli altri per ogni attività quotidiana.
La situazione era dunque estremamente grave. Il rapporto parla di un’aspettativa di vita ridotta e di un’elevata probabilità di morte precoce per complicanze. Ma il bambino non era in una fase terminale immediata: la sua vita è stata interrotta perché la sua condizione è stata giudicata irreversibile e il suo futuro ritenuto privo di una qualità di vita accettabile.
La commissione ha persino richiamato le «possibilità molto limitate di avere esperienze positive di vita». È un linguaggio che dovrebbe inquietare ogni coscienza: quando la vita viene valutata in base alle esperienze possibili, all’autonomia o alle capacità cognitive, la dignità non è più riconosciuta come intrinseca, ma diventa condizionata.
LA SOGLIA ABBASSATA DALLA LEGGE
Come ricostruisce la National Right to Life, i Paesi Bassi hanno introdotto l’eutanasia nel 2002 per i maggiori di dodici anni. Nel 2004 la disciplina è stata estesa, in circostanze eccezionali, anche ai neonati. Nel 2024 è arrivato il passaggio decisivo: la possibilità di interrompere la vita di bambini tra uno e dodici anni, con il consenso dei genitori, quando la sofferenza viene giudicata insopportabile e senza prospettive di miglioramento.
Il primo caso concreto è arrivato nel 2025. Il bambino, non essendo capace di comunicare, non poteva essere coinvolto nella decisione. La richiesta fu presentata dai genitori al medico, che consultò altri specialisti. Non si trattava quindi di una scelta autonoma del paziente, ma di una decisione presa da adulti sulla vita di un essere umano incapace di difendersi.
DUE PARERI INDICAVANO ALTRE STRADE
Il passaggio più inquietante riguarda il confronto tra i pareri medici. Secondo quanto riportato da Live Action News, alcuni medici indipendenti riconobbero la gravità e l’irreversibilità della situazione, ma esclusero che vi fosse una sofferenza continuamente insopportabile. A loro giudizio esistevano ancora alternative ragionevoli: cure palliative e altri farmaci che avrebbero potuto migliorare il controllo delle crisi epilettiche.
Un ulteriore medico, invece, ritenne che il disagio fosse continuo e che non esistesse alcuna soluzione diversa dalla morte. La commissione accolse quest’ultima valutazione e dichiarò che il medico aveva agito con la dovuta attenzione.
La contraddizione è evidente: se due pareri qualificati indicavano che il dolore non era continuamente insopportabile e che esistevano altre possibilità terapeutiche, come può la morte diventare l’unica soluzione oggettiva? Il caso dimostra che espressioni come «sofferenza insopportabile», «assenza di prospettive» e «qualità della vita» possono dipendere da valutazioni profondamente soggettive.
Ancora più grave è il fatto che, al momento dell’intervento, non esisteva neppure un protocollo specifico per eseguire l’eutanasia sui minori di dodici anni. Prima si è autorizzata la pratica; solo dopo si sarebbe dovuto stabilire come applicarla.
LA COMPASSIONE CHE CANCELLA LA CURA
Il problema non è negare la sofferenza di quel bambino. Il problema è la conclusione raggiunta: invece di accompagnarlo, curarlo e proteggerlo, si è ritenuto che la sua condizione rendesse preferibile la morte.
Il medico non ha eliminato una malattia: ha eliminato il malato. E la disabilità, che avrebbe dovuto suscitare una cura ancora più intensa, è diventata uno degli elementi utilizzati per giustificare la soppressione della vita.
UN AVVERTIMENTO PER TUTTI
Intervistato da EWTN News, Joseph Meaney del National Catholic Bioethics Center ha definito il caso «una grave violazione etica» e ha ricordato che «le persone umane hanno una dignità speciale». Ha inoltre avvertito che ciò che viene introdotto nei Paesi Bassi tende poi a diventare un modello per altri Paesi.
Non è un timore astratto. Nel 2025 i Paesi Bassi hanno registrato oltre 10.000 morti per eutanasia. Ora il confine è stato abbassato fino a un bambino incapace di parlare e di esprimere una volontà. Il fatto che si tratti del primo caso non lo rende meno grave: una sola vita innocente è già troppo.
Il Magistero cattolico ricorda che la dignità della persona non dipende dalla salute, dall’autonomia, dalla capacità di comunicare o dalle prospettive di guarigione. Se una società chiama «cura» l’eliminazione di un bambino che non può difendersi, non sta proteggendo i più fragili: sta decidendo quali vite meritano di essere vissute. La vita innocente non si misura. Si custodisce.