Eutanasia: quando lo Stato smette di curare

Eutanasia: quando lo Stato smette di curare

In Canada, in dieci anni, oltre 100.000 persone sono morte attraverso il programma statale di “assistenza medica alla morte”. Nel 2024 i decessi sono stati 16.499. In Spagna, una ragazza di 25 anni, Noelia Castillo, è stata accompagnata all’eutanasia nonostante la battaglia disperata del padre. In Italia, intanto, il ddl Bazoli sul suicidio assistito è arrivato in Aula al Senato. La domanda è semplice: vogliamo davvero imboccare questa strada?

IL LABORATORIO CANADESE DELLA MORTE

Secondo quanto riportato da EWTN Italia, il programma canadese MAID, acronimo di Medical Assistance in Dying, compie dieci anni proprio nel mese di giugno 2026. Nato come risposta eccezionale a casi estremi (tattica tipica), è diventato in breve tempo una delle principali cause di morte del Paese.

I numeri parlano da soli. Tra il 2019 e il 2022, i decessi per suicidio assistito sono cresciuti a un ritmo annuo superiore al 30%. Nel 2024 sono arrivati a 16.499. Nell’aprile 2026, il Canada ha superato ufficialmente quota 100.000 “prestazioni” MAID.

I sostenitori parlano di libertà individuale. I critici vedono invece una china pericolosa: quando la morte diventa una prestazione sanitaria, la fragilità viene trattata come un problema da chiudere. David Cooke, di Campaign Life Coalition, ha definito il decimo anniversario del MAID «una data da piangere».

Il punto più inquietante non è solo il numero dei morti, ma la mentalità che emerge. Se il malato, il disabile, l’anziano o il depresso cominciano a percepire sé stessi come un peso, lo Stato dovrebbe rispondere con cura, prossimità, sostegno. In Canada, invece, sempre più spesso risponde offrendo la morte.

NOELIA, LA FIGLIA CHE LO STATO NON HA SAPUTO SALVARE

La vicenda di Noelia Castillo mostra il volto concreto di questa deriva. Come raccontato da diversi media, Noelia era una giovane spagnola di 25 anni morta per eutanasia dopo una lunga battaglia giudiziaria condotta dal padre, Javier Castillo, che cercava di impedirne la morte.

Il padre ha parlato per la prima volta dopo il decesso della figlia. Le sue parole sono una ferita aperta: «Con Noelia si è fatta un’ingiustizia». A suo giudizio, si sarebbero potuti mettere «più mezzi» per affrontare le sue sofferenze psicologiche e psichiatriche. Per applicare l’eutanasia, invece, «per togliersi il problema di mezzo», sarebbero stati «molto efficaci».

Il passaggio più drammatico è familiare, prima ancora che politico. Javier Castillo ha ricordato che «né madre, né padre, né sorelle» volevano l’eutanasia e che tutti, ciascuno con i propri mezzi, avevano tentato di impedire che accadesse. Poi ha aggiunto una frase che dovrebbe pesare sulla coscienza di ogni legislatore: la battaglia giuridica gli ha regalato «due anni della vita» di sua figlia.

Ecco il paradosso della nuova compassione: si moltiplicano procedure, commissioni, protocolli e tribunali per rendere possibile la morte, mentre chi chiede più tempo, più cura, più ascolto, viene trattato come un ostacolo.

I PALLIATIVISTI: NON È LIBERTÀ, È ABBANDONO

Contro questa cultura della resa si sono levate anche voci autorevoli dal mondo medico italiano. In una lettera pubblicata da Quotidiano Sanità, quattro componenti del Comitato Nazionale per la Bioetica — Giuseppe Casale, Maria Grazia De Marinis, Andrea Manazza e Marcello Ricciuti — hanno spiegato perché eutanasia e suicidio assistito non sono una risposta autentica alla sofferenza.

Il loro punto di partenza non è ideologico, ma clinico. Il desiderio di anticipare la morte, scrivono, è spesso fluttuante, reattivo, multifattoriale. Può cambiare nel tempo, persino nel corso della stessa visita. Può esprimere non una volontà lucida e definitiva di morire, ma una richiesta disperata di aiuto.

Per questo i palliativisti parlano di cure, relazione, competenza, accompagnamento. Denunciano il rischio che una legge permissiva diventi «un comodo rifugio» per una sanità che non riesce a garantire davvero cure palliative a tutti. Invece di investire in personale, strutture, farmaci, formazione e presenza umana, si finirebbe per far scomparire il bisogno eliminando chi lo porta.

La loro conclusione è durissima: accettare eutanasia e suicidio assistito sarebbe «un doppio abbandono», dei malati e delle radici stesse della medicina palliativa.

IL DDL BAZOLI E IL BIVIO ITALIANO

È dentro questo scenario che va letto il ddl Bazoli, il Disegno di legge n. 104 sul fine vita. Il 3 giugno 2026 il testo è approdato in Aula al Senato. L’Assemblea ha però approvato una questione sospensiva presentata da Fratelli d’Italia, rispedendo di fatto il provvedimento nelle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali e bloccandone l’iter.

Per Generazione Voglio Vivere, questo stop non deve essere letto come un dettaglio procedurale, ma come un’occasione morale e politica. Il Canada ci mostra il traguardo di una legge che normalizza la morte. La Spagna ci mostra il dolore di una famiglia davanti a una figlia che avrebbe avuto bisogno di essere custodita. I palliativisti italiani ci ricordano che la vera risposta alla sofferenza non è anticipare la fine, ma rendere vivibile il tempo che resta.

La Chiesa insegna che la vita umana va difesa dal concepimento alla morte naturale. Non perché ignori il dolore, ma perché sa che nessun dolore cancella la dignità della persona. Una civiltà che chiama “cura” la soppressione del fragile ha già smesso di curare. E quando lo Stato offre la morte ai sofferenti, il dovere dei cristiani è dire con chiarezza: non in nostro nome.

 

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