In Spagna il nome di nascita sulla lapide diventa un reato: genitori indagati

In Spagna il nome di nascita sulla lapide diventa un reato: genitori indagati

In Spagna una coppia di genitori è stata iscritta nel registro degli indagati perché sulla tomba del figlio adottivo, morto suicida a 21 anni, ha fatto incidere il nome maschile ricevuto alla nascita e ha collocato una fotografia precedente alla transizione. La vicenda mostra fino a che punto la contestazione dell’ideologia transgender possa essere trasformata in una possibile accusa penale.

UNA LAPIDE TRATTATA COME UN’OFFESA

Come riferisce La Nuova Bussola Quotidiana, Daniela M.S. era nata uomo in Argentina e, dopo essere stato adottato da una coppia spagnola, aveva intrapreso un percorso di transizione anagrafica, assumendo il nome di Daniela nel 2021.

Nel 2022, a soli 21 anni, si tolse la vita. I genitori decisero di seppellirlo nella tomba di famiglia con il nome maschile ricevuto alla nascita e con una fotografia precedente alla transizione. L’associazione Euforia Familias Trans Aliadas denunciò la coppia per discriminazione e la Procura chiese di ascoltare i genitori come indagati.

Secondo Saul Castro, legale dell’associazione, la scelta avrebbe avuto l’intento di cancellare l’identità assunta dalla giovane. «La dignità persiste dopo la morte», ha dichiarato, definendo il caso il primo procedimento relativo a un presunto danno post-mortem alla dignità di una persona trans.

La questione è delicata, ma è significativo che un gesto compiuto all’interno di una famiglia, su una tomba privata, venga interpretato come possibile “delitto d’odio”. Il nome ricevuto alla nascita non viene più considerato un dato della storia personale, ma una forma di aggressione.

I NUMERI CHE LA NARRAZIONE PREFERISCE IGNORARE

Il secondo elemento è scientifico. L’articolo pubblicato da GenerAzioneD presenta l’analisi di uno studio sulla popolazione danese, realizzato su un periodo di 42 anni e basato sul confronto tra persone non transgender e persone identificate come transgender.

I risultati sono difficili da conciliare con l’idea secondo cui la transizione medica costituirebbe una risposta efficace al rischio suicidario. Tra le persone identificate come transgender, il tasso dei tentativi di suicidio risultava 7,7 volte più elevato; la mortalità per suicidio era 3,5 volte maggiore; quella per cause non legate al suicidio era 1,9 volte superiore; la mortalità complessiva era circa doppia.

Nelle 3.759 persone analizzate furono registrati 12 suicidi. Il tasso annuale stimato equivaleva a circa 75 suicidi ogni 100.000 persone osservate per un anno, cioè a circa un caso ogni 1.333 persone all’anno. Il rischio assoluto restava relativamente basso, ma il rischio relativo rispetto alla popolazione generale risultava nettamente più alto.

Ancora più rilevante è il dato sulle condizioni psichiatriche: il 43% delle persone identificate come transgender presentava almeno una diagnosi psichiatrica ulteriore rispetto alla disforia di genere, contro il 7% della popolazione generale.

LA TRANSIZIONE NON È UNA TERAPIA SALVAVITA

I dati non dimostrano automaticamente che gli interventi ormonali o chirurgici abbiano causato i decessi. Tuttavia l’analisi sottolinea che le persone identificate come transgender continuano a presentare tassi elevati di sofferenza psichica e mortalità nonostante l’ampia accessibilità agli interventi di transizione.

Lo studio presenta anche alcuni limiti: considera soltanto persone dai 15 anni in su, non include chi non possiede una diagnosi o un cambio legale del sesso e non controlla adeguatamente le comorbilità psichiatriche. Inoltre, 110 soggetti furono esclusi dall’analisi perché avevano tentato il suicidio prima che la loro identificazione transgender fosse registrata.

La conclusione più prudente è dunque chiara: «La transizione di genere non dovrebbe essere considerata una misura di prevenzione del suicidio». Chi soffre ha bisogno di ascolto, sostegno psicologico e assistenza psichiatrica basata sull’evidenza, non di essere indirizzato automaticamente verso trattamenti irreversibili.

QUANDO LA FAMIGLIA DIVENTA IL NEMICO

I due articoli mostrano una tendenza comune. Da una parte, chi non riconosce la transizione come cancellazione della realtà sessuale viene accusato di odio. Dall’altra, quando i dati non confermano l’efficacia della transizione nel prevenire il suicidio, la responsabilità viene attribuita quasi automaticamente alla discriminazione sociale.

Difendere la verità sul corpo non significa disprezzare chi soffre. Significa rifiutare che un atto amministrativo possa cancellare la storia biologica di una persona e che una scelta familiare possa diventare, per ciò solo, una colpa penale.

La carità cristiana non chiede di scegliere tra verità e misericordia: chiede entrambe. La persona ferita deve essere accolta e accompagnata; ma il suo dolore non può diventare il pretesto per dichiarare criminale chi continua a chiamare realtà ciò che realtà è. Se perfino una lapide può diventare un’accusa, chi stabilirà domani quali parole saranno ancora lecite per dire la verità?

 

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