La spaventosa storia di Brigitte

La spaventosa storia di Brigitte

Noi lo troviamo davvero agghiacciante quel che è successo!

La notizia è passata sotto silenzio, un po’ complice l’estate, un po’ il silenzio dei grandi media. Ma, quando l’abbiamo letta sull’agenzia LifeSiteNews, ci son venuti i brividi…

In Canada, nelle scorse settimane, una donna di 83 anni, Brigitte Stegemann, è stata sottoposta ad eutanasia contro la volontà sua e dei suoi familiari.

Lei stessa era stata molto chiara due anni fa, quando fu accolta in una casa di riposo dell’Ontario: mai avrebbe accettato di farla finita.

Era cristiana e la sua fede profonda la induceva a rifiutare esplicitamente qualsiasi forma di suicidio assistito.

Cinque mesi prima del decesso, però, le è stato diagnosticato un tumore allo stomaco, ormai in fase molto avanzata, pertanto ritenuto incurabile.

Sua nipote, che aveva la procura legale della donna, si è dovuta assentare per una decina di giorni, ma, pur in sua assenza, ogni giorno qualche familiare faceva visita a Brigitte.

In quei dieci giorni qualcosa di tragico è successo. Sfruttando la vulnerabilità dell’anziana paziente, l’équipe medica è riuscita a fare in modo che chiedesse l’«Assistenza medica alla morte».

Tutto è stato pianificato all’insaputa dei parenti, tenuti totalmente all’oscuro, fino al rientro della nipote, che subito ha capito come qualcosa non andasse per il verso giusto.

Nel corso di un drammatico incontro coi sanitari, si è resa conto che l’orribile macchina di morte era ormai stata avviata e procedeva con la grazia di un caterpillar.

Ha subito chiesto perché i sanitari si fossero interfacciati con Brigitte in sua assenza, proponendole oltre tutto ciò che la donna aveva già espressamente rifiutato ovvero l’eutanasia.

Ma risposte chiare non sono giunte. Gli animi si sono comprensibilmente esasperati. Quel colloquio è stato definito dai familiari una «farsa profondamente allarmante».

L’83enne aveva ripetutamente dimostrato d’esser incapace di rispondere alle domande più elementari, forse per le sue condizioni cliniche o forse perché già sottoposta a sedazione.

Come poteva dunque esser in grado di assumere consapevolmente una decisione importante come quella di farla finita?

A nulla sono servite le obiezioni della famiglia: il giorno dell’”esecuzione” era stato fissato. Per il 10 luglio alle ore 11.

Un ultimo tentativo di bloccare tutto, messo in atto dalla nipote, si è rivelato purtroppo vano. Ora la procedura di suicidio assistito veniva imposta a forza. A tutti.

Quando la nipote ha potuto finalmente spiegare cosa stesse accadendo all’anziana nonna, questa è parsa confusa ed angosciata. Ha pianto a lungo e ripetuto più volte di aver commesso un errore.

Il giorno fatidico, così, è giunto. È stato chiesto un’ultima volta a Brigitte se intendesse procedere. Ma lei, smarrita, è rimasta completamente in silenzio.

Non essendovi stato il consenso finale ed esplicito previsto per legge, la famiglia pensava che a quel punto tutto si bloccasse. Invece no.

L’équipe clinica è andata avanti come se niente fosse, di fronte ai familiari inorriditi. Loro hanno descritto l’accaduto come «un fallimento sistemico», dovuto a tanti fattori.

«L’arroganza clinica», in primis. Poi «una totale mancanza di trasparenza». Infine, «un palese disprezzo delle misure di salvaguardia».

Resta una tragica verità: quello che è successo ad una persona vulnerabile, come Brigitte, in Canada, un giorno potrebbe accadere anche a noi.

Per questo non possiamo assolutamente permettere che in Italia venga introdotta l’eutanasia. Oggi abbiamo un modo facile ed efficace per impedirlo.

Sottoscrivi subito, se non lo hai ancora fatto, la petizione «Fermiamo la cultura della morte! Difendiamo la Vita!», promossa da Generazione Voglio Vivere.

È indirizzata direttamente al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, affinché intervenga con forza in tutte le sedi per bloccare subito ogni tentativo di “normalizzazione” del suicidio assistito.

Affinché quest’iniziativa abbia successo, però, è necessario sostenerla, promuovendo contemporaneamente una vasta campagna di sensibilizzazione.

I social rappresentano il mezzo più veloce e sicuro per arrivare a tanti in poco tempo. Ma hanno un costo, di cui da soli non riusciremmo a farcene carico. Per questo abbiamo bisogno del tuo aiuto!

È importante. Il caso di Brigitte dimostra come l’eutanasia non venga proposta, bensì imposta ogniqualvolta una vita venga giudicata “insensata”, un peso “inutile”, solo un “costo” per la Sanità.

I suoi familiari han voluto far sapere la sua brutta storia, per lanciare un monito ed un appello, affinché le strutture sanitarie operanti «fuori dalla legge» rispondano legalmente di quel che fanno.

Ed anche per chiedere il «coinvolgimento obbligatorio dei familiari per i pazienti cognitivamente vulnerabili», nella massima trasparenza.

In Canada le cosiddette “morti di Stato” sono passate dai 1.018 casi del 2016 ai 16.499 del 2024, registrando in soli otto anni un incredibile +1500%.

Il che significa che in un decennio vi sono stati oltre centomila casi di eutanasia. Cos’altro serve per convincere ad opporsi con forza all’introduzione del suicidio assistito in Italia?

È un’azione, che inevitabilmente procura la morte, quindi, come tale, intrinsecamente malvagia. E spesso, come nel caso di Brigitte, avviene in una cornice di condotte moralmente riprovevoli.

Se non facciamo nulla, se stiamo zitti, un giorno non lontano potrebbe essere consentito ai medici addirittura di procedere senza il consenso del paziente, dicendo di agire nel suo “miglior interesse”.

Pensi che sia impossibile? Eppure è già successo per Eluana Englaro, Charlie Gard, Alfie Evans ed altri. Le “cattive pratiche” di oggi potrebbero trasformarsi nella nuova “normalità” di domani.

Fermiamo l’eutanasia. Per non rischiare, un giorno, di esserne vittima.

 

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