Le contraddizioni di mons. Paglia sul fine vita e il monito del Canada

Le contraddizioni di mons. Paglia sul fine vita e il monito del Canada

Il 22 settembre 2026 monsignor Vincenzo Paglia ha ribadito la propria contrarietà all’eutanasia e al suicidio assistito, chiedendo però un intervento nazionale sul fine vita. L’ex presidente della Pontificia Accademia per la Vita, intervistato da Walter Veltroni sul Corriere della Sera, ha così riaperto una contraddizione denunciata da Tommaso Scandroglio su La Nuova Bussola Quotidiana. Mentre si invocano regole rassicuranti, in Canada alcune famiglie chiedono come quelle regole abbiano protetto i loro cari.

IL NO DI PRINCIPIO E L’APERTURA ALLA LEGGE

Paglia afferma: «Mai […] dare la morte!». Subito dopo sollecita l’intervento del governo e osserva: «Non si può morire in modi diversi a seconda di dove si abita». Scandroglio legge queste parole come un’apertura alla legalizzazione nazionale del suicidio assistito.

Il problema è il contenuto della legge che si sostiene. L’uniformità territoriale non rende giusta una pratica. Se provocare intenzionalmente la morte di un innocente è moralmente inaccettabile, occorre spiegare come una disciplina che lo autorizzi possa rispettare quel principio. Il dissenso personale rischia altrimenti di convivere con una legittimazione pubblica.

IL CRITERIO CATTOLICO NON È LA SOLA UNIFORMITÀ

Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium vitae, al numero 73 afferma: «L’aborto e l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare».

Lo stesso passaggio, trattando delle leggi sull’aborto, ammette a precise condizioni il sostegno a misure che ne limitino i danni, quando sia impossibile impedirle o abrogarle del tutto. Questa distinzione impone di valutare concretamente ogni proposta: riduce davvero le possibilità di sopprimere vite, oppure le introduce o le amplia?

È su questo che l’apertura di mons. Paglia richiede chiarezza. La difesa della vita non può ridursi alla preferenza privata di chi si dichiara contrario. I casi canadesi aiutano a capire quanto siano concrete le conseguenze di una scelta legislativa.

BRIGITTE E IL CONSENSO CONTESTATO

Il resoconto di LifeNews del 21 settembre racconta il caso di Brigitte Stegemann, 83 anni, morta per eutanasia il 10 luglio 2026 nella struttura The Pearl, in Ontario. Affetta da un tumore allo stomaco in fase avanzata, secondo la nipote Brigitte Kranendonk aveva inizialmente rifiutato quella possibilità per la propria fede cristiana.

Nel successivo approfondimento del 23 settembre, Alex Schadenberg riporta le contestazioni sulla capacità dell’anziana di comprendere la decisione. I familiari descrivono gravi difficoltà uditive, risposte sbagliate alle domande sui parenti e una spiegazione della procedura centrata sul sollievo e sul sonno.

Il resoconto di Joshua Arnold aggiunge un particolare sconvolgente. Quando la nipote le avrebbe spiegato esplicitamente che cosa stava per accadere, Brigitte avrebbe chiesto: «Mi uccideranno?», piangendo per 45 minuti. La famiglia sostiene inoltre che, prima della somministrazione, non arrivò la conferma verbale finale che le era stata promessa.

Sono denunce gravissime, ancora da accertare. Come spiega il ministero della Salute canadese, la normativa richiede una conferma finale del consenso, salvo una rinuncia scritta ammessa a precise condizioni. Questa non autorizza a ignorare un rifiuto del paziente. 

KRISTIN E LE CURE CERCATE ALTROVE

Un’altra testimonianza, riferita da Ashlynn Green il 22 settembre, riguarda Kristin, moglie e madre, affetta da un tumore ovarico al quarto stadio. Secondo il racconto del marito Donovan, in Canada le sarebbe stata prospettata la morte assistita come unica possibilità. La coppia cercò cure negli Stati Uniti, dove Kristin ricevette un intervento e chemioterapia.

Il racconto riferisce anche successive recidive e ulteriori trattamenti. Porta così al centro l’accesso effettivo alle cure: quale libertà esiste quando un malato si convince che l’unica alternativa disponibile sia morire? 

SHAWN E I DODICI GIORNI DOPO LA CADUTA

Il reportage originale di Kelsi Sheren, ripreso il 23 settembre, ricostruisce la vicenda di Shawn Bauman, 55 anni. Cadde in casa, sull’isola di Vancouver, il 9 maggio 2025; il 21 maggio fu sottoposto a eutanasia. Alla caduta seguirono una grave lesione spinale e il trasferimento in un ospedale di Vancouver.

Secondo l’ex moglie Lori, i familiari non hanno ottenuto risposte sull’intervento previsto né accesso alla documentazione richiesta. 

LA DOMANDA CHE MONS. PAGLIA NON PUÒ ELUDERE

Eutanasia e suicidio assistito sono procedure distinte, tuttavia le vicende canadesi mettono in discussione l’idea che procedure e firme bastino, da sole, a proteggere chi è fragile. 

Da chi ha guidato la Pontificia Accademia per la Vita ci si attende la chiarezza di questo principio: nessuna fragilità rende una vita sacrificabile. 

 

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