Le leggi pro-life non aumentano la mortalità materna
Uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato oltre 22 milioni di nascite e quasi 13 mila decessi di donne avvenuti durante o dopo una gravidanza negli Stati Uniti tra il 2018 e il 2023. Il risultato è destinato a far discutere: negli Stati americani che, dopo la sentenza Dobbs della Corte Suprema, hanno introdotto forti restrizioni all’aborto o lo hanno vietato quasi completamente, non è emerso un aumento statisticamente significativo della mortalità associata alla gravidanza. Una conclusione che contraddice uno dei principali argomenti usati contro le leggi pro-life.
IL MITO CHE CROLLA
Come riportato da UCCR – Unione Cristiani Cattolici Razionali, il nuovo studio ha preso in esame 14 Stati americani che, dopo il ribaltamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, hanno approvato leggi restrittive sull’aborto. Gli autori hanno confrontato i dati relativi ai decessi femminili collegati alla gravidanza prima e dopo le nuove normative.
Il dato più importante è che gli Stati “pro-life” non hanno registrato aumenti significativi della mortalità. In alcuni casi, i numeri mostrano persino una lieve diminuzione. Secondo quanto pubblicato da Contemporary OB/GYN, negli Stati con restrizioni l’indice di mortalità associata alla gravidanza è sceso dal 3,3% in Texas e del 2,4% negli altri Stati esaminati.
Gli stessi autori dello studio hanno riconosciuto che il periodo osservato è ancora limitato e che saranno necessari ulteriori monitoraggi negli anni futuri. Tuttavia, il punto centrale resta: non esiste alcuna prova scientifica che colleghi automaticamente le leggi pro-life a un aumento delle morti materne.
LA NARRAZIONE MEDIATICA SULL’ABORTO
Per anni, gran parte dei media internazionali ha sostenuto che limitare l’aborto avrebbe inevitabilmente provocato un’impennata dei decessi femminili. Dopo la sentenza Dobbs, numerosi commentatori hanno parlato di «catastrofe sanitaria» imminente negli Stati conservatori americani.
Eppure, come dimostra il nuovo studio, la realtà è molto più complessa. La mortalità materna dipende da molti fattori: qualità del sistema sanitario, condizioni economiche, assistenza prenatale, dipendenze, obesità, accesso alle cure e stabilità familiare. Ridurre tutto al tema aborto appare sempre più come una semplificazione ideologica.
Anche in Italia, del resto, la mortalità materna è considerata un evento relativamente raro rispetto ad altre emergenze sanitarie. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il nostro Paese presenta tassi simili a quelli delle principali nazioni europee.
LA VITA DEL BAMBINO SCOMPARE DAL DIBATTITO
C’è poi un altro elemento quasi sempre assente nella discussione pubblica: il bambino. Nel dibattito mediatico sull’aborto, l’attenzione è spesso concentrata esclusivamente sull’autodeterminazione della donna, mentre la vita del figlio concepito viene completamente rimossa dal quadro morale e giuridico.
Le organizzazioni pro-life sostengono da anni che sia possibile difendere contemporaneamente la salute della madre e quella del bambino, investendo su sostegno economico, medicina prenatale, consultori realmente orientati alla maternità e aiuti concreti alle famiglie in difficoltà.
Il nuovo studio non “chiude” il dibattito, ma demolisce almeno una certezza propagandistica: l’idea secondo cui ogni legge pro-life sarebbe automaticamente una condanna a morte per le donne.
LE CONTRADDIZIONI DEL FRONTE ABORTISTA
Paradossalmente, mentre alcuni studi cercano di dimostrare un legame diretto tra restrizioni all’aborto e mortalità materna, altri lavori scientifici mostrano enormi difficoltà metodologiche nel misurare correttamente questi fenomeni. Lo stesso dibattito interno al mondo accademico americano è oggi molto più diviso di quanto venga raccontato dai grandi media.
Inoltre, il concetto di “mortalità associata alla gravidanza” utilizzato in molti studi comprende anche morti non direttamente causate dal parto o dalla gestazione, includendo talvolta incidenti, overdose o altre cause indirette avvenute entro un anno dalla gravidanza. Una distinzione raramente spiegata al grande pubblico.
Alla fine, la domanda resta inevitabile: quante volte l’opinione pubblica viene spinta ad accettare l’aborto non sulla base dei fatti, ma della paura? Difendere la vita nascente non significa ignorare la sofferenza delle madri. Significa rifiutare l’idea che la soluzione a una difficoltà debba passare necessariamente dalla soppressione di un figlio.