L’ONU contro chi salva vite? L’aborto riscrive i diritti umani
Il 7 luglio 2026 il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione contro la cosiddetta «violenza riproduttiva». Pochi giorni dopo, alcuni attivisti abortisti hanno invocato un’indagine dell’ONU contro legislatori americani pro-life, funzionari pubblici e responsabili dei centri di aiuto alla gravidanza. Proteggere un bambino non ancora nato e offrire pannolini a sua madre rischiano così di essere presentati come violazioni dei diritti umani.
UNA RISOLUZIONE CAPOVOLTA
Secondo quanto denunciato da LifeNews, la risoluzione delle Nazioni Unite nasce per condannare autentiche forme di violenza: aborto forzato, sterilizzazione imposta, contraccezione coercitiva e gravidanza ottenuta mediante violenza e prigionia. Si tratta di crimini realmente commessi contro donne e intere popolazioni, come nelle campagne di controllo demografico ricordate in Cina, Perù e Groenlandia.
Eppure, la nuova espressione è stata immediatamente estesa a realtà completamente diverse. Le leggi che limitano l’aborto vengono equiparate alla coercizione riproduttiva; il legislatore che protegge il concepito viene accostato a chi ordina una sterilizzazione forzata; il volontario che offre una culla o un’ecografia diventa un possibile «perpetratore».
LifeNews precisa un punto decisivo: la risoluzione del 7 luglio non istituisce un diritto internazionale all’aborto, non condanna le leggi pro-life americane e non autorizza indagini contro i centri di sostegno alla maternità. Offre però una nuova formula ideologica che potrà essere ripetuta nei rapporti delle organizzazioni abortiste, nelle audizioni internazionali e nelle pressioni rivolte ai governi.
COME SI FABBRICA UN NUOVO “DIRITTO”
Il meccanismo è già conosciuto. La Heritage Foundation ha documentato che la parola “aborto” non compare in nessuno dei trattati delle Nazioni Unite sui diritti umani. Dichiarazioni, raccomandazioni e interpretazioni prodotte dagli organismi internazionali non sono vincolanti per gli Stati, ma contribuiscono alla cosiddetta «soft law».
Ripetendo per anni che l’aborto sarebbe compreso nei diritti alla salute, alla privacy o alla libertà dalla tortura, gli attivisti cercano di trasformare un’interpretazione ideologica in una norma apparentemente condivisa. Secondo Heritage, oltre 65 Paesi sono già stati sollecitati dal Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione contro le donne a legalizzare, depenalizzare o ampliare l’accesso all’aborto.
Lo stesso sta avvenendo con l’espressione «gravidanza forzata». Nel diritto internazionale essa indica una gravissima condotta criminale, caratterizzata dalla coercizione e dalla detenzione illegale di una donna. La nuova lettura vorrebbe invece applicarla a ogni gravidanza che prosegue perché una legge non permette l’aborto volontario. Il bambino scompare dal ragionamento e la sua protezione viene trasformata in violenza.
I NUMERI SMENTISCONO LA PROPAGANDA
Nel mirino di questa offensiva ci sono soprattutto i pregnancy resource centers, strutture private e spesso cristiane che assistono donne incinte, madri e famiglie in difficoltà. Sono accusati di ostacolare l’aborto perché mostrano alle donne che esistono alternative concrete.
Il rapporto nazionale pubblicato dal Charlotte Lozier Institute nel novembre 2025 offre un quadro molto diverso. Nel solo 2024, 2.775 centri americani hanno fornito cure mediche, consulenze, corsi e beni materiali per un valore complessivo superiore a 452 milioni di dollari. Hanno assistito oltre un milione di nuovi utenti e raggiunto un tasso di soddisfazione del 98 per cento.
Le prestazioni comprendono test di gravidanza, ecografie, invii alle cure prenatali, corsi per genitori, alimenti, vestiti per bambini, pannolini, seggiolini, aiuti per l’alloggio e accompagnamento dopo la nascita. Non costringono una donna a diventare madre: le permettono di non essere costretta ad abortire dalla paura, dalla solitudine o dalla povertà.
LE DONNE NON SONO LE IMPUTATE
Anche la rappresentazione delle leggi pro-life come strumenti destinati a perseguitare le donne non corrisponde al loro contenuto. Un’analisi del Charlotte Lozier Institute sulle norme di 27 Stati ha rilevato che le donne che cercano o subiscono un aborto sono escluse dalla responsabilità penale o civile, in modo esplicito oppure attraverso norme rivolte ai medici e agli operatori che praticano aborti illegali.
L’obiettivo dichiarato di queste leggi non è incarcerare una donna in difficoltà, ma impedire che altri provochino deliberatamente la morte del bambino che porta in grembo. Definire tutto questo «violenza riproduttiva» significa ignorare deliberatamente il secondo essere umano coinvolto.
QUANDO LO STATO VUOLE IMPORRE L’ABORTO
La pressione contro i centri pro-life non è soltanto teorica. L’Alliance Defending Freedom ha ricordato il caso dell’Illinois, dove una legge pretendeva che medici e strutture contrari all’aborto ne illustrassero i presunti benefici e indirizzassero le donne verso gli abortisti. Nell’aprile 2025 un tribunale federale ha bloccato definitivamente la parte della norma che imponeva di promuovere l’aborto, giudicandola una forma incostituzionale di espressione obbligata. La battaglia contro l’obbligo di fornire indirizzi e rinvii è però proseguita.
Si comprende allora la posta in gioco. Non basta che l’aborto sia disponibile: deve diventare indiscutibile. Ogni legge che protegge il concepito, ogni medico che solleva un’obiezione morale e ogni associazione che aiuta una donna a scegliere la vita devono essere delegittimati.
Il Magistero cattolico ricorda che il diritto alla vita precede ogni concessione dello Stato, perché nasce dalla dignità propria di ogni essere umano. Quando una società chiama «violenza» la protezione del più debole e definisce «diritto» la sua eliminazione, non sta ampliando i diritti umani: ne sta rovesciando il fondamento. Chi difenderà il bambino, quando perfino aiutarlo diventa un’accusa?