Padre o madre? Quando la natura viene messa sotto processo

Padre o madre? Quando la natura viene messa sotto processo

Una persona nata donna chiede a un tribunale giapponese di essere riconosciuta «padre» del bambino concepito con un proprio ovulo. La notizia è stata riportata dal quotidiano The Japan Times il 25 settembre scorso.

I fatti sono questi. Quando era ancora registrata all'anagrafe come donna, questa persona, oggi sulla quarantina, si è sottoposta al prelievo degli ovuli. Uno di essi è stato fecondato con il seme di un donatore e impiantato nella compagna, che ha partorito nel novembre 2024.

Il mese successivo è arrivato il cambio di sesso legale; a febbraio 2025, le nozze. L'ufficio comunale ha però respinto il riconoscimento di paternità: per la legge giapponese il padre è colui da cui proviene il seme, non l'ovulo.

Così, il 18 settembre, è partita la causa davanti al Tribunale della famiglia di Tokyo. 

A fare formalmente causa è il bambino, rappresentato dalla donna che lo ha partorito.

L'avvocata della famiglia ha riassunto la propria tesi così: «C'è un padre, una madre e un figlio. Sono una famiglia». Ma basta mettere in fila i fatti per vedere un'altra realtà.

Quel bambino ha una madre genetica, che ha fornito l'ovulo, e una madre che lo ha portato in grembo. Ha anche un padre biologico: il donatore, l'unico di cui nessuno parla.

NON UN INCIDENTE, MA UNA TAPPA

Questo caso non nasce dal nulla: è l'ultimo anello di una catena in cui ogni passo ha preparato il successivo. Basta ripercorrere le tappe giapponesi degli ultimi vent'anni.

  1. 2003 – Una legge consente di cambiare sesso all'anagrafe, ma a condizioni precise: maggiore età, non essere sposati, non avere figli minori e, soprattutto, essersi sottoposti alla sterilizzazione.

  2. Ottobre 2023 – La Corte suprema dichiara incostituzionale l'obbligo di sterilizzazione.

  3. Giugno 2024 – La stessa Corte stabilisce che un figlio può ottenere il riconoscimento da chi, nato uomo e registrato come donna, ha fornito il seme. Motivazione: il codice civile non richiede che il padre sia un maschio.

  4. Settembre 2026 – Il caso speculare: chi ha fornito l'ovulo chiede di essere riconosciuto padre.

Le condizioni del 2003 sono state rimosse una alla volta, ciascuna presentata come una discriminazione da correggere. Ora le conseguenze vengono chiamate «lacune» della legge, da colmare con un nuovo passo.

È il metodo di ogni sovversione che voglia durare. Non procede a salti, che provocherebbero una reazione, ma per piccoli spostamenti: ognuno sembra la conseguenza inevitabile del precedente.

Prima si crea il fatto; poi si pretende che la legge si adegui. Il problema, ci dicono, è che il diritto di famiglia è rimasto indietro rispetto alle nuove tecnologie. La colpa è sempre della legge in ritardo, mai del fatto disordinato.

PRIMA I DESIDERI, POI LE IDEE, INFINE LE SENTENZE

Ciò che arriva oggi in un'aula di tribunale è maturato per decenni a un livello più profondo. Il disordine nasce nelle tendenze, cerca poi idee che lo giustifichino e si traduce infine in fatti: leggi, sentenze, istituzioni.

Nelle tendenze. Una cultura che da generazioni insegna che il desiderio è un diritto, che il corpo è materia da modellare e che la tecnica deve servire ogni volontà. Il «diritto al figlio» nasce qui, prima di qualunque teoria.

Nelle idee. L'ideologia del gender fornisce la giustificazione. Il sesso diventa ciò che ciascuno percepisce di essere; la genitorialità, una questione di intenzione e di affetto; la famiglia, qualunque insieme di persone che si vogliono bene.

Nei fatti. Le sentenze trasformano tutto questo in norma. E la norma, a sua volta, educa: chi cresce in un mondo dove un uomo può essere «madre» e una donna «padre» assorbirà questa confusione come ovvia.

Decisivo, in questo passaggio, è l'uso delle parole. «Padre», «famiglia», «benessere del bambino» restano le stesse etichette, ma il loro contenuto viene sostituito.

Chi si oppone appare così nemico della famiglia e del bambino. E molti finiscono per cambiare idea senza nemmeno accorgersi di averlo fatto.

LA RADICE: IL RIFIUTO DI UN ORDINE NON SCELTO

Sotto le questioni tecniche c'è un rifiuto più profondo: quello di qualunque ordine che l'uomo non si sia dato da sé.

L'ordine della creazione è fatto di differenze armoniose: uomo e donna, padre e madre, genitori e figli. Non sono funzioni intercambiabili, ma realtà complementari, ciascuna con la sua dignità propria.

La paternità non è un ruolo assegnato dall'anagrafe. È scritta nel corpo e, per chi crede, riflette il Padre «dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15).

Due passioni lavorano contro quest'ordine. L'orgoglio non sopporta alcuna differenza che non abbia scelto, e sogna un'uguaglianza così totale da rendere intercambiabili persino padre e madre.

La sensualità, intesa come libertà senza freni, non tollera nessuna legge che limiti il desiderio. Quando un tribunale afferma che nulla obbliga il padre a essere maschio, entrambe trovano il loro sigillo.

C'è poi una prospettiva storica. Da secoli lo stesso spirito ha contestato, una dopo l'altra, l'autorità della Chiesa, ogni gerarchia sociale e politica, la proprietà e le differenze economiche.

Oggi tocca all'ordine più intimo e più antico: la distinzione tra uomo e donna. Oltre questo, resta da demolire soltanto l'uomo stesso.

CHI PAGA IL PREZZO

Il grande assente di questa vicenda è proprio colui in nome del quale tutto viene fatto: il bambino.

Lo si mette formalmente al centro, come ricorrente, e si invoca il suo benessere. Eppure è stato concepito, per scelta degli adulti, senza la possibilità di crescere accanto al proprio padre biologico, ridotto alla figura di «donatore».

Crescerà accanto a due donne, una delle quali lo Stato dovrebbe registrare come suo padre. È una confusione d'identità decisa prima che potesse dire una sola parola.

Qui avviene il rovesciamento più grave. Il diritto del bambino ad avere un padre e una madre viene sostituito dal diritto degli adulti ad avere un figlio. Il desiderio dell'adulto diventa la misura; il bambino deve adattarsi.

Il timore espresso in conferenza stampa, cioè che cosa accadrebbe al piccolo se la madre avesse un incidente, è umanamente comprensibile. Ma ogni ordinamento conosce strumenti per proteggere un minore senza riscrivere il significato della parola «padre».

Usare il caso pietoso per scardinare un principio è una tecnica antica. Funziona proprio perché tocca il cuore prima della ragione.

IL VERO PERICOLO: ABITUARSI

Il rischio maggiore non viene da un tribunale di Tokyo, ma dall'assuefazione di chi legge queste notizie e passa oltre.

«Il Giappone è lontano», si pensa. Ma lo stesso processo è già all'opera da noi: anche in Italia la giurisprudenza ha aperto la strada al riconoscimento di «due 

madri» per i bambini nati da fecondazione eterologa. Le tappe cambiano nome da un Paese all'altro; la direzione è la stessa.

C'è poi un'insidia più sottile: quella di chi dice «non sono d'accordo, però in questo caso...». Chi accetta i principi e contesta solo gli eccessi ha già perso, perché ogni compromesso diventa il punto di partenza della richiesta successiva.

Non si fermano le conseguenze se non si respingono le premesse. Per questo la risposta deve essere completa quanto l'attacco.

Nelle tendenze, riscoprendo la bellezza della paternità e della maternità vissute con fedeltà e sacrificio. Nelle idee, chiamando le cose con il loro nome: un padre è un uomo, una madre è una donna. Nei fatti, vigilando su leggi e tribunali e sostenendo chi difende pubblicamente questa verità.

E c'è motivo di speranza. La natura è ostinata: nessuna sentenza potrà mai trasformare un ovulo in un seme, né una madre in un padre. La realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.

Generazione Voglio Vivere esiste per questo: difendere la vita e la famiglia come sono state pensate, non come l'ideologia vorrebbe riscriverle. Se condividi questa battaglia, fai circolare questo articolo e sostieni il nostro lavoro.

 

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