Quando l’aborto diventa un rito
Una “casa” allestita per l’aborto autogestito, una “doula” accanto alla donna che sanguina in bagno, un altare con cristalli, candele e tarocchi. Non è la sceneggiatura di un romanzo distopico: è quanto Karlyn Borysenko, psicologa, autrice e giornalista indipendente americana, proveniente dall’area liberal e già elettrice democratica per molti anni, ha documentato partecipando sotto copertura, il 15 aprile 2023, a una conferenza sulla “giustizia riproduttiva” all’Hampshire College, nel Massachusetts. Il suo reportage, rilanciato anche blog di Sabino Paciolla, mostra un dato inquietante: l’aborto non viene più presentato soltanto come scelta individuale o rivendicazione politica, ma come esperienza da accompagnare, ritualizzare e perfino “spiritualizzare”.
QUANDO L’ABORTO DIVENTA RITO
Il fatto più sconvolgente non è soltanto la promozione dell’aborto. È il linguaggio religioso che lo circonda. Borysenko racconta che il “Self-Managed Abortion Tour” era stato organizzato da Abortion On Our Terms come installazione esperienziale per immaginare un futuro “liberatorio” dell’aborto autogestito. All’ingresso, i partecipanti venivano accolti con l’invito a immaginare un mondo in cui chi abortisce è “amato” e chi fornisce aborti è “celebrato”.
La visita non si limitava a informazioni pratiche. In salotto, un cartello parlava della “pregnancy relief”, cioè del “sollievo dalla gravidanza”, come decisione personale da tenere “nel proprio potere”. Un altro testo collegava perfino l’uso di erbe alle “radici ancestrali” dell’autonomia corporea e della cura comunitaria. La maternità non appare più come dono, né il figlio come persona: tutto viene riscritto nel vocabolario del potere individuale.
LA DOULA CHE NON ACCOMPAGNA LA VITA
Tradizionalmente, la doula accompagna una donna nel parto, aiutandola a vivere la nascita con sostegno e sicurezza. Qui, invece, il termine viene capovolto. Borysenko riferisce che la guida descriveva la “abortion doula” come la persona che resta accanto alla donna durante l’aborto autogestito, mentre questa espelle quelli che il linguaggio militante chiama “prodotti del concepimento”.
Il documento mostrato durante il tour affermava che una doula dell’aborto, o un’amica di supporto, può aiutare a elaborare l’esperienza “fisica, emotiva, mentale e spirituale” dell’aborto. La parola chiave è proprio questa: spirituale. L’aborto non viene più presentato soltanto come scelta sanitaria o politica, ma come esperienza da ritualizzare, accompagnare, proteggere con simboli, pratiche e gesti quasi liturgici.
L’ALTARE DOPO IL BAGNO
Il punto culminante del percorso, racconta Borysenko, arrivava dopo la scena del bagno. La tappa finale era uno “spiritual altar”, un altare o santuario. Lì comparivano cristalli, candele, tarocchi e oggetti spirituali destinati a “connettersi con qualcosa di più grande” dopo l’aborto. Un cartello spiegava che chi pratica l’aborto autogestito può incorporare “pratiche spirituali e credenze sacre” per entrare più profondamente nella propria “agency” personale.
Qui si rivela il cuore del problema. Quando una società smette di riconoscere Dio come Creatore, non diventa davvero neutrale. Cerca altri altari. E su quegli altari pretende di trasformare l’eliminazione di un figlio in gesto di guarigione, autonomia e liberazione.
NON È UN CASO ISOLATO
La stessa tendenza appare in altri ambienti pro-choice. Il sito Abortions Welcome, progetto della Religious Community for Reproductive Choice, si definisce apertamente “compagno spirituale pro-choice” da usare prima, durante e dopo l’aborto, offrendo meditazioni, rituali, storie e testi sacri per le diverse fasi del processo.
Nella sezione “Sacred Ritual & Prayer”, il sito propone guide per “dare significato” e “connettersi con il divino”. Tra i materiali indicizzati compaiono una preghiera per la sala d’attesa della clinica, una preghiera di spiritualità “earth-centered”, benedizioni rabbiniche, preghiere islamiche e altri testi religiosi rilette in chiave abortista. In una scheda, la frase è esplicita: “Abortion is a holy act of liberation”, l’aborto è presentato come “atto santo di liberazione”.
Ancora più chiaro è il rituale “Earth-based ritual for connection and release”, pubblicato da Emma Thomas il 7 agosto 2023: può essere iniziato prima o dopo l’aborto e invoca la Terra, gli antenati benevoli e le guide spirituali. Vi compaiono candela, acqua, pianta, scrittura, respiro, dolore, gratitudine e “release”, cioè rilascio. Non è più soltanto propaganda politica: è una contro-liturgia.