Rifiuta di abortire: la madre surrogata viene trascinata in tribunale

Rifiuta di abortire: la madre surrogata viene trascinata in tribunale

Una donna canadese che aveva accettato di portare in grembo un bambino per una coppia committente composta da due uomini ha rifiutato di abortire alla ventiduesima settimana, dopo che un’ecografia aveva rilevato un labbro leporino e ipotizzato altre anomalie. Due anni dopo, la gestante è stata citata davanti alla Corte Superiore dell’Ontario. Un caso che mostra cosa accade quando la vita nascente viene sottoposta alle clausole di un contratto.

LA RICHIESTA DI ABORTO ALLA VENTIDUESIMA SETTIMANA

Secondo quanto ricostruito dal National Post e ripreso in Italia da blog di Sabino Paciolla, la gravidanza era stata ottenuta mediante fecondazione in vitro nell’ambito di un accordo di maternità surrogata.

Nel giugno 2024, un’ecografia segnalò nel bambino una schisi del labbro, un possibile palato fessurato e un lieve difetto cardiaco. Dopo aver ricevuto questi risultati, i committenti inviarono alla gestante una richiesta formale di interrompere la gravidanza, richiamandosi a una clausola dell’accordo sottoscritto.

La donna si trovava in quel momento all’estero. Ha raccontato di essere rimasta profondamente sconvolta dalla richiesta. Avrebbe preso in considerazione l’interruzione della gravidanza soltanto qualora il bambino non avesse avuto possibilità concrete di sopravvivere (una scelta in sé, anche questa, moralmente inaccettabile), non per una condizione compatibile con la vita e in molti casi curabile chirurgicamente.

La gestante chiese quindi ulteriori accertamenti medici. Gli specialisti del Mount Sinai Hospital di Toronto stabilirono che il bambino era complessivamente sano e che il labbro leporino costituiva il problema principale. A quel punto, la coppia committente accettò di proseguire la gravidanza.

DOPO IL RIFIUTO, IL RAPPORTO SI SPEZZA

Nel maggio 2026 la donna è stata citata davanti alla Corte Superiore dell’Ontario. Come riferisce The Catholic Register, l’azione legale la accusa di non avere comunicato adeguatamente alcune informazioni sulla salute del bambino, di avere ignorato indicazioni mediche, violato la riservatezza e causato un grave disagio emotivo.

È necessario precisare che il rifiuto dell’aborto non viene formalmente indicato negli atti come motivo della causa. La gestante e l’agenzia che aveva seguito l’accordo sostengono però che il rapporto con i committenti sia cambiato radicalmente proprio dopo quella decisione.

Sally Rhoads-Heinrich, responsabile di Surrogacy in Canada Online, ha dichiarato al Christian Post: «È allora che tutto è cambiato». La responsabile dell’agenzia si è anche domandata come potrà sentirsi un giorno quel bambino, qualora scopra che la donna che lo ha protetto nel grembo è stata successivamente trascinata in tribunale.

La gestante sostiene che le sarebbero stati richiesti circa 600.000 dollari canadesi, anche se questa cifra, secondo le ricostruzioni disponibili, non compare formalmente nel fascicolo giudiziario.

IL CONFLITTO PROSEGUE FINO AL PARTO

Le tensioni non terminarono con la decisione di proseguire la gravidanza. La donna scelse un parto domiciliare assistito da ostetriche, modalità che, secondo la sua ricostruzione, era prevista dall’accordo originario. I committenti chiedevano invece che il parto avvenisse in ospedale.

Alla nascita, il bambino manifestò alcune difficoltà respiratorie. Ricevette ossigeno e venne trasferito in ambulanza, ma successivamente si riprese.

La donna presentò poi una richiesta di rimborso di circa 10.000 dollari per spese sostenute e mancati guadagni. La controversia passò inizialmente davanti al tribunale per le cause minori, per poi confluire nella più ampia azione civile promossa dai committenti.

Si tratta ancora di accuse e ricostruzioni contrapposte, sulle quali dovrà pronunciarsi la giustizia canadese. Ma il fatto centrale rimane: durante la gravidanza, alla donna fu chiesto di abortire un bambino perché gli esami avevano fatto emergere la possibilità di una malformazione.

QUANDO IL FIGLIO DIVENTA IL RISULTATO DI UN CONTRATTO

Il caso dell’Ontario dimostra che il problema dell’utero in affitto non dipende soltanto dalla presenza di un pagamento esplicito.

In Canada la maternità surrogata commerciale è vietata. La legge federale canadese proibisce di pagare una donna perché porti avanti una gravidanza per altri, consentendo però il rimborso di determinate spese documentate e, in circostanze specifiche, della perdita di reddito.

Anche la cosiddetta surrogazione “altruistica”, tuttavia, crea una struttura nella quale gravidanza, parto e filiazione vengono regolati attraverso accordi tra adulti. La donna mette a disposizione il proprio corpo; i committenti definiscono le caratteristiche del percorso; il bambino diventa il risultato atteso dell’operazione.

La bioeticista cattolica canadese Moira McQueen ha osservato che separare concepimento, gestazione e responsabilità genitoriale produce conflitti che nessun contratto può eliminare completamente. Il rischio è che, al centro della relazione, non vi sia più il bene del bambino, ma l’adempimento degli interessi delle parti adulte.

L’ABORTO COME CONTROLLO DI CONFORMITÀ

La richiesta di aborto rivela con particolare durezza questa mentalità. Il bambino era desiderato finché sembrava corrispondere alle aspettative dei committenti. Quando gli esami hanno segnalato la possibilità di una condizione fisica, è stata richiamata una clausola contrattuale per chiederne la soppressione.

La gestante ha dichiarato al Catholic Herald: «Non hanno avuto il bambino perfetto che volevano e mi hanno gettata via».

Sono parole che mostrano il rischio intrinseco dell’utero in affitto: la donna viene considerata il mezzo biologico necessario a realizzare un progetto, mentre il bambino può essere valutato secondo criteri di salute, conformità e desiderabilità.

La vita umana viene così sottoposta a una sorta di controllo di qualità prenatale. Se il bambino non risponde alle attese, l’aborto diventa lo strumento con cui eliminare il risultato ritenuto difettoso.

NESSUN DESIDERIO CREA UN DIRITTO SU UN BAMBINO

Il desiderio di avere un figlio può nascere da una sofferenza reale e profonda. Ma nessun desiderio, per quanto intenso, può trasformarsi in un diritto sulla vita di un bambino.

Come ricorda l’istruzione Donum vitae della Congregazione per la Dottrina della Fede, «il figlio non è qualcosa di dovuto, ma è un dono». 

Il caso dell’Ontario mostra dove conduce la logica dell’utero in affitto: prima si commissiona una gravidanza, poi si pretende di controllarne l’esito, fino a chiedere che il bambino venga eliminato se non appare abbastanza sano. Ma la dignità di una vita non dipende dalla sua perfezione, dal desiderio degli adulti o dalle clausole firmate su un foglio.

 

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