Scuola primaria e gender: 12.500 bambini coinvolti nel progetto “nuovi maschi”

Scuola primaria e gender: 12.500 bambini coinvolti nel progetto “nuovi maschi”

Un progetto educativo rivolto alla scuola primaria coinvolgerà entro il 2026 12.500 bambini, 5.000 insegnanti e 250 classi in tutta Italia, con l’obiettivo dichiarato di “decostruire gli stereotipi di genere”. Presentato anche in Parlamento e promosso da Fondazione Libellula e ScuolAttiva Onlus, il programma punta a intervenire già sui più piccoli per ridefinire identità, relazioni ed emozioni. Ma dietro il linguaggio pedagogico, emergono interrogativi profondi.

UN PROGETTO NAZIONALE CHE ENTRA NELLE SCUOLE

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, “Storie spaziali per maschi del futuro – Scuola Edition” è il primo progetto italiano su larga scala pensato per “demolire i luoghi comuni” legati al maschile fin dalla scuola primaria.

Non si tratta solo di letture o attività occasionali: il percorso prevede kit didattici, laboratori, formazione per docenti e un monitoraggio scientifico dei risultati. L’ambizione dichiarata è quella di generare un “cambiamento culturale profondo e condiviso”.

Al centro c’è una precisa visione dell’uomo: come afferma l’autrice Francesca Cavallo, «chiediamo ai maschi di essere pionieri: non di aderire a un modello, ma di immaginarne uno nuovo, che non abbia paura della gentilezza, della vulnerabilità e dell’ascolto».

LA LOGICA DELLA “DECOSTRUZIONE”

Il cuore del progetto è esplicito: intervenire sui bambini per “decostruire” l’identità maschile tradizionale.

Secondo i promotori, è proprio nell’infanzia che si formano le idee su forza, fragilità, ruoli e relazioni. Per questo si ritiene necessario agire prima che tali modelli si consolidino.

Ma qui emerge una questione decisiva: se l’obiettivo è “demolire” i modelli esistenti, quale modello viene proposto al loro posto?

Non si tratta semplicemente di educare al rispetto – obiettivo condivisibile – ma di ridefinire dall’interno la percezione stessa di cosa significhi essere uomo o donna.

DALL’INFANZIA ALLA SESSUALIZZAZIONE PRECOCE

Come osserva il settimanale Tempi, questo progetto si inserisce in un quadro più ampio in cui ai bambini vengono proposti contenuti sempre più espliciti e precoci.

Vengono citati libri destinati anche a bambini di 4 anni, che affrontano in modo diretto il tema dei genitali e dell’identità sessuale, spiegando che «alcune persone che hanno un pene sentono di essere ragazze, altre si sentono una via di mezzo».

Si assiste a una anticipazione forzata di temi complessi, che rischiano di confondere invece di educare.

Il risultato è un cortocircuito educativo: da una parte si introducono contenuti legati alla sessualità e all’identità fluida già nella prima infanzia; dall’altra si tenta di “correggere” il maschile prima ancora che si sia formato.

LA SCUOLA COME LABORATORIO CULTURALE

Il progetto non nasconde la propria ambizione: trasformare la scuola nel motore di un cambiamento culturale.

Non si interviene solo sugli studenti, ma su insegnanti, famiglie e comunità educante. L’obiettivo è creare un nuovo paradigma condiviso, validato anche attraverso studi e ricerche.

Ma proprio qui nasce il nodo più delicato: la scuola può sostituirsi alla famiglia nella trasmissione di valori così fondamentali?

Quando si entra nel terreno dell’identità personale, la libertà educativa dei genitori diventa inevitabilmente un punto critico.

LE PAROLE CHE RIVELANO L’IMPOSTAZIONE

Le dichiarazioni dei promotori chiariscono ulteriormente la direzione intrapresa.

«La violenza di genere non nasce all’improvviso: si costruisce nel tempo», si legge nelle spiegazioni del progetto. L’intervento precoce viene quindi giustificato come prevenzione.

Ma il passaggio chiave è un altro: «Lavorare sul maschile significa liberarlo da modelli che fanno male anche ai bambini».

Una frase che rivela l’impostazione di fondo: il problema non sarebbe solo il comportamento, ma l’identità stessa del maschile così come è stata trasmessa finora.

COSA È DAVVERO IN GIOCO

Dietro un progetto educativo si gioca una questione molto più ampia.

Non si tratta solo di combattere stereotipi o promuovere il rispetto, ma di decidere quale visione dell’uomo e della persona verrà trasmessa alle nuove generazioni.

Se l’identità diventa qualcosa da “decostruire” e ricostruire, il rischio è quello di privare i bambini di riferimenti stabili proprio nel momento in cui ne hanno più bisogno.

E quando questa operazione avviene dentro la scuola, coinvolgendo migliaia di bambini fin dalla prima infanzia, la domanda diventa inevitabile: siamo di fronte a educazione o a un progetto ideologico?

La vera posta in gioco non è solo il contenuto di un progetto scolastico, ma il diritto delle famiglie di trasmettere ai figli una visione della persona radicata nella realtà e nella dignità umana. E su questo terreno, oggi più che mai, nessuno può permettersi di restare indifferente.

 

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