Umbria, suicidio assistito in trenta giorni. Per chi vuole vivere, neanche un contatto

Umbria, suicidio assistito in trenta giorni. Per chi vuole vivere, neanche un contatto

Trenta giorni. Tanto concede la legge approvata nei giorni scorsi dal Consiglio regionale dell'Umbria per chiudere la pratica di chi chiede aiuto a togliersi la vita. Ma lungo l'iter, riferisce La Nuova Bussola Quotidiana, è stato respinto un emendamento che avrebbe dato al malato, solo su sua richiesta, le informazioni per contattare le associazioni per la vita.

Con l'Umbria salgono a cinque le Regioni con una legge sul suicidio assistito. Per morire c'è una corsia preferenziale; per vivere, neppure un'indicazione. Come ci siamo arrivati? Cambiando prima le parole.

PRIMA CAMBIANO LE PAROLE, POI LE LEGGI

Basta leggere il titolo della legge umbra: «Disposizioni per l'assistenza sanitaria regionale alla morte volontaria medicalmente assistita mediante autosomministrazione di farmaco letale». Assistenza sanitaria e farmaco letale nella stessa riga.

Il testo nasce dalla proposta di iniziativa popolare «Liberi Subito» dell'associazione radicale Luca Coscioni, poi modificata in Consiglio. Sul Corriere della Sera l'associazione rivendica «una conquista»: 15.387.040 cittadini, il 26,1% della popolazione, vivrebbero ora in Regioni con regole certe per quello che chiama «aiuto medico alla morte volontaria».

Nessuno firmerebbe per il suicidio pagato dalla ASL. Molti firmano per la libertà, la dignità, l'aiuto. Funziona così: si parte da un dolore vero, che commuove tutti, e a una parola nobile si aggancia un significato nuovo, un passo alla volta, finché copre il contrario di ciò che diceva.

Chi la ripete crede di esserci arrivato da solo. La prima difesa è la più semplice: chiamare le cose con il loro nome.

TRENTA GIORNI PER MORIRE, NESSUNA PORTA PER VIVERE

Ogni ASL dovrà istituire una commissione multidisciplinare e chiudere l'iter entro trenta giorni. Per un qualsiasi esame diagnostico, nota la Bussola, in media si aspetta molto di più. Le spese ricadranno su tutti i contribuenti, anche su chi è contrario. Medici e infermieri potranno almeno fare obiezione di coscienza.

Poi l'emendamento bocciato. Nessun obbligo, nessuna pressione: un'informazione, da dare solo se era il malato a chiederla. Respinta. Tommaso Scandroglio commenta: «Sia mai che si cambi idea e si voglia vivere».

Ecco che cosa diventa «libertà» quando la si tira oltre misura: una strada a senso unico. Una libertà minima (quella vera tende sempre e solo al bene) mostra almeno due porte; questa ne illumina una sola. E l'urgenza di una soluzione immediata fa preferire quella che sembra risolvere tutto e invece elimina chi soffre.

Dietro questa legge c'è certamente anche il dolore di chi vive situazioni strazianti, ma proprio il rispetto per chi soffre impone di dirlo: una cultura che considera il dolore solo un errore da cancellare, quando non riesce a cancellare il dolore, cancella chi soffre. La risposta cristiana è opposta: restare accanto, curare, non far mai credere a nessuno che la sua vita valga solo finché non fa male.

CHI APRE LA PORTA DALL’INTERNO

Ai promotori resta un ostacolo: i cattolici. Per superarlo non bastano i radicali: serve l’aiuto dei pastori. Il 19 ottobre, sul Corriere della Sera, Niccolò Nisivoccia ha liquidato la presunta resistenza religiosa come «più un alibi» che un impedimento: la Chiesa, sostiene, non pone alcun divieto.

Le sue prove? Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI: «So bene che chi è malato non aspetta la legge»; «la politica dovrebbe trovare una mediazione». E l'arcivescovo Vincenzo Paglia: «È necessario che in Italia il governo si prenda le sue responsabilità».

«Liberi Subito», dicono i radicali. «Chi è malato non aspetta la legge», dice un cardinale. Intenzioni diverse, forse; stessa fretta. E chiedere al governo di «prendersi le sue responsabilità», mentre tiene ferma in Parlamento una legge sul suicidio assistito, significa spingerlo a muoversi.

Ecco perché questi ammiccamenti pesano più di cento comunicati radicali. Un cattolico diffida di Cappato, non del suo vescovo. Una parola ambigua di un pastore diventa un timbro: il lasciapassare con cui la legge entra nelle parrocchie e nelle coscienze. Nessuno deve dire «sì al suicidio»: basta che chi dovrebbe dire «no» parli di mediazione.

L'equivoco lasciato correre da chi deve insegnare non è prudenza: è abbandonare i fedeli. Tra «non uccidere» e «aiutare a morire» non esiste un punto di mezzo. Una mediazione qui non è un compromesso: è una resa a rate.

NOVE REGIONI IN FILA: LA PARTITA È APERTA

Non è finita. Secondo il Corriere, la proposta è depositata e in esame in altre nove Regioni: Liguria, Campania, Molise, Marche, Sicilia, Puglia, Lombardia, Piemonte e Lazio. Marco Cappato e Filomena Gallo non lasciano dubbi: «A tutte chiediamo di accelerare».

Accusano Parlamento e Governo di «sottrarsi al proprio dovere». La Bussola descrive un altro quadro: il governo ha impugnato la legge emiliana, non ancora quella veneta, e per ora ha bloccato in Parlamento una legge nazionale. E la Corte costituzionale, pur bocciando nella sostanza le leggi di Toscana e Sardegna, ne ha lasciato intatti gli aspetti organizzativi: restano in vigore.

Intanto, secondo i dati Eurispes 2026, il 70,2% degli italiani si dice favorevole all'eutanasia e il 54,3% al suicidio assistito: frutto, per la Bussola, di una propaganda che ha orientato l'opinione pubblica.

Andare controcorrente costa. Ma santa Caterina da Siena scriveva a un cardinale che chi teme l'opinione degli uomini non arriverà mai alla perfezione. Vale per i pastori. Vale per noi.

Che cosa resta a un anziano solo, a un disabile, a un malato che si sente un peso? Una sanità lenta per un esame e rapidissima per morire.

La chiamano «Liberi Subito». Ma una libertà che in trenta giorni accompagna alla morte e non indica neppure la porta della vita non è libertà: è un vicolo cieco con l'insegna accesa. Altre nove Regioni sono in fila. Non restiamo a guardare. A chi soffre e dice «voglio vivere», qualcuno deve rispondere. Facciamolo noi.

 

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