Contraccettivi gratis dai 14 anni: ma chi aiuta a scegliere la vita?
Dal 1° settembre in Alto Adige i giovani dai 14 ai 25 anni possono ottenere gratuitamente pillola anticoncezionale, anello vaginale, cerotto, impianto sottocutaneo, dispositivo intrauterino e preservativi. La Provincia ha stanziato circa 500mila euro per il primo anno del progetto. La motivazione? Nel 2025 sono stati registrati 595 aborti volontari, il 13,3% in più rispetto all’anno precedente. La risposta scelta dalle istituzioni è facilitare ulteriormente la contraccezione. Ma è davvero questa l’unica prevenzione possibile?
MEZZO MILIONE PER “PREVENIRE GRAVIDANZE INDESIDERATE”
Come ha riportato il Corriere dell’Alto Adige, il progetto pilota durerà inizialmente un anno e permetterà ai residenti tra i 14 e i 25 anni di ottenere gratuitamente diversi sistemi anticoncezionali dopo una consulenza e, quando necessario, una visita medica.
L’assessore provinciale alla Prevenzione sanitaria e Salute Hubert Messner ha spiegato l’obiettivo con parole precise: «L’informazione e un facile accesso alla contraccezione dovrebbero aiutare i giovani a prendere decisioni e a ridurre i rischi». E ancora: si vuole «prevenire gravidanze indesiderate».
I numeri utilizzati per giustificare la misura sono significativi. Nel 2025 in Alto Adige si sono registrate 595 interruzioni volontarie di gravidanza, con un incremento del 13,3%. Quasi la metà delle donne che hanno abortito aveva tra 18 e 29 anni e il 24% aveva già vissuto almeno un precedente aborto.
Sono dati drammatici. Ma proprio per questo meritano una domanda ulteriore.
Perché di fronte all’aumento degli aborti la risposta politica deve concentrarsi innanzitutto sull’impedire che una gravidanza inizi? Perché non interrogarsi con altrettanta forza su ciò che accade quando una giovane donna rimane incinta e pensa di non avere i mezzi, il sostegno o la serenità necessari per accogliere suo figlio?
La storia di Elizabeth Barrett aiuta a comprendere quanto questa domanda sia concreta.
«VOLEVO AVERE QUELLA BAMBINA, MA VOLEVO CHE QUALCUNO MI AIUTASSE»
Come ha raccontato in Italia Il Timone, Elizabeth rimase incinta nel 2023 negli Stati Uniti.
La sua situazione non era semplice. Lavorava part-time, aveva difficoltà economiche e il rapporto con Ben, il padre della bambina, attraversava un momento molto difficile.
Pensò più volte all’aborto.
Secondo la testimonianza riportata nell’agosto 2026 da Pregnancy Help News, Elizabeth prese diversi appuntamenti con Planned Parenthood, saltandone alcuni perché continuava a essere combattuta.
Dentro di sé, infatti, non desiderava realmente perdere quella gravidanza.
Quando infine si trovò da sola nella struttura abortiva, racconta di aver chiesto di poter parlare con qualcuno. Avrebbe voluto un sostegno umano proprio nel momento della decisione.
«Volevo avere quella bambina, ma volevo che qualcuno mi aiutasse», ha ricordato successivamente.
Alla fine, prese il mifepristone, il primo farmaco utilizzato nell’aborto chimico.
E se ne pentì immediatamente.
UN MESSAGGIO ARRIVA QUANDO SEMBRA TROPPO TARDI
Poco dopo, Ben le mandò un messaggio: se non aveva ancora preso la pillola, doveva uscire dalla clinica. Avrebbero trovato insieme il modo di affrontare la gravidanza.
Era precisamente ciò che Elizabeth aveva desiderato sentirsi dire.
Ma aveva già ingerito il farmaco.
Cercò allora di vomitarlo nel bagno della struttura e altre due volte mentre tornava a casa. Non ci riuscì.
Elizabeth e Ben iniziarono disperatamente a cercare su Internet una possibilità per fermare l’aborto. Trovarono l’Abortion Pill Rescue Network, la rete pro-life che mette in contatto donne che hanno assunto mifepristone e hanno cambiato idea con professionisti sanitari disponibili a valutare il cosiddetto Abortion Pill Reversal.
Una persona rispose alla telefonata. Un medico la richiamò, secondo la sua testimonianza, nel giro di dieci minuti e prescrisse progesterone.
Successivamente Elizabeth si sottopose a un’ecografia.
La bambina era ancora viva.
Nel gennaio 2024 nacque Evelyn.
NON SOLTANTO UNA PILLOLA: QUALCUNO RESTÒ ACCANTO A LEI
Ma forse la parte più importante della storia viene dopo.
Il centro pro-life Care Net of Paradise non si limitò alla fase immediatamente successiva all’assunzione del mifepristone. Elizabeth e Ben raccontano di aver ricevuto sostegno durante la gravidanza, corsi per diventare genitori e consulenza per la loro relazione.
Oggi i due sono sposati e hanno avuto anche un secondo figlio.
È difficile trovare un contrasto più netto con l’idea secondo cui la risposta principale a una gravidanza difficile debba essere evitare che quella gravidanza esista.
Elizabeth non aveva bisogno soltanto di un farmaco. Aveva bisogno di una comunità che le facesse comprendere che la nascita di sua figlia non avrebbe significato essere abbandonata a sé stessa.
È questo il grande tema che dovrebbe interrogare anche le politiche pubbliche italiane.
LA BATTAGLIA ADESSO È ARRIVATA IN TRIBUNALE
La storia di Evelyn è oggi anche al centro di un importante processo negli Stati Uniti.
Il procuratore generale della California Rob Bonta ha avviato una causa contro Heartbeat International e RealOptions, contestando il modo in cui viene pubblicizzato il protocollo basato sul progesterone. Elizabeth ha testimoniato personalmente davanti alla Corte superiore della contea di Alameda raccontando ciò che le è accaduto.
La questione scientifica sull’efficacia dell’Abortion Pill Reversal è oggetto di forte controversia. Ma esiste anche una questione molto più elementare: una donna che cambia idea deve poter cercare aiuto per tentare di proseguire la propria gravidanza?
Come ha riferito LifeNews, l’arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone e il vescovo di Oakland Michael Barber sono intervenuti criticando la causa californiana e definendola sostanzialmente un attacco alla possibilità di una seconda scelta per le madri.
Lo Stato chiede un’ingiunzione e sanzioni che potrebbero raggiungere circa 20 milioni di dollari contro le organizzazioni coinvolte.
La stessa fonte riferisce che oltre 200 madri, che dichiarano di aver proseguito la gravidanza dopo essersi rivolte alla rete, hanno sottoscritto una lettera pubblica per chiedere che altre donne possano continuare a ricevere quelle informazioni.
E SE INVESTISSIMO ANCHE NELLA MATERNITÀ?
Torniamo allora a Bolzano.
Mezzo milione di euro per rendere più accessibili pillole, spirali, impianti, cerotti e altri anticoncezionali. La gravidanza viene presentata, nello stesso linguaggio istituzionale, come uno dei «rischi» da prevenire quando non è desiderata.
Ma la storia di Elizabeth pone una domanda che nessuna statistica può eliminare.
Che cosa sarebbe successo a Evelyn se sua madre, in quel momento di disperazione, non avesse trovato qualcuno disposto ad ascoltarla?
Una politica davvero dalla parte delle donne dovrebbe certamente preoccuparsi delle loro difficoltà. Ma proprio per questo dovrebbe domandarsi quanto investire nell’aiuto economico, psicologico, familiare e sociale alle madri che vorrebbero tenere il proprio bambino e temono di non farcela.
La risposta cattolica alla gravidanza inattesa non è abbandonare la donna davanti alle proprie responsabilità. È esattamente il contrario: affermare insieme che la vita concepita ha una dignità inviolabile e che nessuna madre dovrebbe essere lasciata sola proprio quando quella vita sembra trasformarsi in un problema più grande delle sue forze.
Evelyn oggi è viva perché, quando sua madre pensava che fosse ormai troppo tardi, qualcuno le ha detto che esisteva ancora una possibilità.
La vera prevenzione dell’aborto comincia proprio da qui: non dal rendere un figlio sempre più facilmente evitabile, ma dal rendere sempre meno spaventoso poterlo accogliere.