Gender sui minori: l’allarme austriaco che l’Italia non vuole ascoltare
Un bambino che soffre non deve essere abbandonato.
Ma non deve neppure essere trasformato nel terreno di sperimentazione di teorie controverse o accompagnato verso decisioni capaci di condizionare tutta la sua vita.
Dall’Austria arriva un richiamo netto alla responsabilità dei medici. A lanciarlo è Daniela Karall, presidente della Società Austriaca di Pediatria e Medicina dell’Adolescenza, che ha chiesto un serio riesame dell’approccio adottato nei confronti dei minori con disforia di genere.
La vicenda è stata raccontata da La Nuova Bussola Quotidiana e approfondita da UCCR – Unione Cristiani Cattolici Razionali.
QUASI 300 MINORI SEGUITI A INNSBRUCK
Il dibattito è nato dalla diffusione dei dati del centro dedicato alle persone transgender dell’Ospedale universitario di Innsbruck.
La struttura segue circa 900 persone e un terzo di esse — dunque quasi 300 — ha meno di 18 anni. In dieci anni il numero dei primi colloqui sarebbe quasi triplicato, in un contesto nel quale anche la diffusione di questi temi attraverso i social network può esercitare una forte influenza sui più giovani.
Davanti a questi numeri, Karall ha richiamato l’attenzione sui rischi e sulle conseguenze a lungo termine dei percorsi di transizione.
Secondo la pediatra, chi intraprende simili trattamenti può diventare un paziente cronico, dipendente per molti anni dall’assunzione di ormoni e dall’assistenza sanitaria. Gli interventi chirurgici possono inoltre produrre conseguenze irreversibili, tra cui l’infertilità.
Karall ha ricordato anche una realtà biologica che nessuna operazione può cancellare: modificare l’aspetto del corpo non significa cambiare il sesso della persona.
LA MEDICALIZZAZIONE NON CANCELLA LA SOFFERENZA
Un altro punto sollevato riguarda la salute psicologica dei ragazzi.
Secondo i dati richiamati dalla presidente dei pediatri austriaci, molti giovani avevano bisogno di assistenza psicologica già prima dell’intervento, ma hanno continuato ad averne bisogno anche successivamente. In alcuni casi, il ricorso al sostegno psichiatrico sarebbe persino aumentato.
Questo non significa ignorare o minimizzare il disagio vissuto da alcuni adolescenti. Significa, al contrario, prenderlo talmente sul serio da non presentare la medicalizzazione come una soluzione semplice, sicura e inevitabile.
La prudenza non è discriminazione.
È il primo dovere di una medicina chiamata a intervenire su bambini e adolescenti ancora in piena crescita.
IN ITALIA SI PROCEDE NELLA DIREZIONE OPPOSTA
Mentre in Austria una voce autorevole della pediatria chiede maggiore cautela, in Italia la Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri hanno promosso la guida Oltre lo sguardo, rivolta a medici, famiglie ed educatori.
Il documento non si limita a chiedere rispetto e ascolto per ogni bambino, principi che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Introduce anche una precisa concezione dell’identità umana.
La guida afferma che l’identità di genere non dovrebbe essere concepita in modo binario, maschile o femminile, ma come uno “spettro”. Invita inoltre il pediatra a utilizzare nomi e pronomi scelti dal minore e, già in età prepuberale, a “sostenere l’affermazione di genere”.
IL CASO DI “ANNA”, A SOLI TRE ANNI
Tra gli esempi proposti compare quello di un bambino di tre anni, registrato alla nascita con il nome Alan, che chiede di essere chiamato Anna.
La guida racconta che la famiglia accoglie questa richiesta e che, al momento dell’ingresso nella scuola primaria, viene attivata una carriera alias. Il percorso coinvolge il nome utilizzato, il grembiule e l’accesso ai bagni scolastici.
Il documento suggerisce inoltre di inserire nella documentazione sanitaria il “nome d’elezione” e diverse categorie di genere. Propone di sostituire nella modulistica le parole “padre” e “madre” con formule neutre come “genitore/genitore”.
Raccomanda infine di non rivelare a terzi informazioni riguardanti il nome scelto e l’identità di genere senza il consenso del minore.
Non siamo più soltanto davanti a un invito alla gentilezza o al rispetto.
Siamo davanti all’ingresso negli ambulatori pediatrici di una visione ideologica secondo la quale persino un bambino piccolissimo potrebbe essere accompagnato verso un’identità diversa dal proprio sesso biologico.
ABBIAMO CHIESTO AL MINISTRO DELLA SALUTE DI INTERVENIRE
Per questo Generazione Voglio Vivere ha lanciato la petizione “Fermiamo il gender negli ambulatori pediatrici”, indirizzata al Ministro della Salute Orazio Schillaci.
Chiediamo al Ministro di:
promuovere una verifica indipendente della guida;
sospenderne la diffusione negli ambulatori pediatrici;
tutelare il ruolo primario dei genitori;
garantire che la pediatria rimanga un luogo di cura, non di rieducazione antropologica.
La petizione ha già raccolto migliaia di adesioni, ma è necessario far sentire una voce ancora più forte.
Ogni bambino merita ascolto, rispetto e protezione. Ma accogliere una sofferenza non significa confermare immediatamente l’interpretazione che un bambino dà di quella sofferenza.
Il compito della medicina dovrebbe essere quello di comprenderne le cause profonde, accompagnare con prudenza la crescita, coinvolgere responsabilmente la famiglia e scegliere sempre il percorso meno invasivo.
La domanda che arriva dall’Austria riguarda direttamente anche noi: stiamo davvero curando i bambini oppure stiamo chiedendo ai loro corpi e alle loro famiglie di adeguarsi a un’ideologia?
Davanti a conseguenze che possono durare tutta la vita, il primo dovere del medico rimane quello di non nuocere.
È da questo principio — e non dalle pressioni culturali del momento — che deve ripartire anche la pediatria italiana.