Il documento AGESCI sull'identità di genere alla prova del Magistero

Il documento AGESCI sull'identità di genere alla prova del Magistero

L'AGESCI è la più grande associazione scout cattolica d'Italia: forma decine di migliaia di bambini, ragazzi e giovani. Un documento approvato dal suo Consiglio generale non è un'opinione privata fra le tante: è un orientamento offerto a chi educa dei minori. Per questo merita di essere esaminato con calma, con rispetto e con serietà — non liquidato, ma neppure accolto senza discernimento.

Il testo si intitola «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo» (mozione 54/2026) ed è il punto di arrivo di un percorso avviato con la mozione 55 del Consiglio generale 2022. Si presenta come una «sintesi» pensata per i capi e le capo, frutto di anni di ascolto e di confronto associativo.

Il documento ha ragione quando ricorda che esistono storie reali di sofferenza, di derisione e di silenzi. Il problema, però, è ciò tace sulla natura della persona umana.

CHE COSA DICE IL DOCUMENTO

Il documento sceglie come «postura fondamentale» tre parole: sguardo, ascolto, presenza. Definisce il cammino intrapreso «un'opera di giustizia, di visione profetica e di ecclesialità», e afferma che «la pedagogia dell'accoglienza non è oggetto di discernimento». Dichiara inoltre che «il rispetto e il riconoscimento» sono «direzioni non trattabili», e indica come obiettivo formativo il «superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici».

Sul piano antropologico, il passaggio decisivo è uno solo. Formarsi, scrive il documento, significa comprendere «come sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale siano dimensioni distinte, non riducibili l'una all'altra». Da questa premessa discende la conclusione pratica più rilevante: nel profilo del capo educatore «l'orientamento affettivo e l'identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione» nel discernimento che le Comunità capi compiono quando un adulto chiede di entrare in Associazione per un ruolo educativo.

Il tutto è collocato dentro il Cammino sinodale, e la bibliografia lo conferma: si appoggia quasi interamente a documenti di accompagnamento e a testi sinodali recenti. È una scelta discutibile, certamente non neutra — e segna, come vedremo, ciò che il documento mette in luce e ciò che lascia in ombra.

DISTINGUERE SENZA SEPARARE: L'ANTROPOLOGIA CHE MANCA

La Rivelazione apre con un'affermazione che non è un dettaglio, ma il fondamento: «Dio creò l'essere umano a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). La differenza sessuale non è un accidente culturale sovrapposto a un individuo neutro: appartiene al modo stesso in cui l'uomo è immagine di Dio.

Da qui due principi che il documento AGESCI non nomina mai. Il primo: l'essere umano è unità inscindibile di corpo e anima. Il Catechismo lo dice senza ambiguità: «il corpo dell'uomo partecipa alla dignità di "immagine di Dio"» (n. 364). Il corpo non è un involucro che la volontà può ridisegnare: è il luogo in cui la persona si esprime e si riconosce. Il secondo principio: la differenza tra uomo e donna è ricevuta, non costruita. Il Catechismo chiede a «ognuno, uomo e donna», di «riconoscere e accettare la propria identità sessuale» (n. 2333). Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Mulieris Dignitatem (1988), ha mostrato l'uomo e la donna come «unità dei due»: pari in dignità, irriducibili l'uno all'altra, e proprio per questo capaci di reciprocità.

È qui che occorre la massima precisione, perché è qui che il documento scivola. La dottrina della Chiesa rifiuta che sesso biologico, ruoli culturali e inclinazioni affettive si possano separare: che l'«identità di genere» diventi una dimensione autonoma, sganciata dal corpo sessuato, decisa dal soggetto. 

Nel suo Discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2012 — anni prima che il tema diventasse di moda — Benedetto XVI analizzò quella che chiamò la «filosofia del gender», definendola «profondamente erronea». Riprendendo il rabbino capo di Francia Gilles Bernheim e la celebre formula di Simone de Beauvoir («donna non si nasce, lo si diventa»), il Santo Padre descrisse con esattezza il cuore della questione: il sesso, in quella visione, «non è più un dato originario della natura che l'uomo deve accettare», ma un ruolo che ciascuno si attribuisce. E ne trasse la conseguenza: l'uomo «contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità» e pretende di crearsela da sé. Da qui la sua conclusione, lucidissima: se viene contestata la dualità di maschio e femmina «come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione».

Quattro anni prima, nel Discorso alla Curia del 2008, lo stesso Pontefice aveva parlato di una «ecologia dell'uomo»: come l'uomo deve rispettare la natura esterna, così deve rispettare la propria natura di essere creato uomo e donna. E già nel 2004 la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna — firmata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II — aveva messo in guardia contro l'antropologia che rende irrilevante la differenza sessuale e la riduce a puro prodotto della cultura.

Confrontiamo ora la formula dell'AGESCI: sesso biologico e identità di genere sono «dimensioni distinte, non riducibili l'una all'altra». È esattamente il passaggio che Benedetto XVI aveva identificato e giudicato erroneo. Non è una sfumatura: è il punto su cui ruota tutto il resto.

LA PERSONA VA ACCOLTA, GLI ATTI VANNO GIUDICATI

Il Catechismo insegna che le persone con inclinazione omosessuale «devono essere accolte con rispetto, compassione e delicatezza», evitando «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (n. 2358). La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986, anch'essa firmata da Ratzinger, condanna espressamente ogni violenza, nelle parole e nei fatti, contro queste persone. 

Ma la dottrina cattolica è composta di due affermazioni, non di una sola. Accanto al rispetto incondizionato della persona, il Catechismo afferma che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati» (n. 2357) e che le persone con questa inclinazione «sono chiamate alla castità» (n. 2359), come ogni cristiano è chiamato, secondo il proprio stato, alla santità. Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II (1993) ricorda che esistono atti «intrinsecamente cattivi», e che la libertà non è la creazione arbitraria di sé, perché il corpo appartiene alla verità della persona.

Ne segue una distinzione che il documento AGESCI tende a dissolvere. Accogliere una persona e affermare una teoria sulla persona non sono lo stesso atto. Accompagnare un ragazzo o una ragazza che vive confusione o sofferenza significa camminargli accanto verso Cristo, nella carità e nella verità insieme — non ratificare come parola ultima la sua autointerpretazione del momento. Quando il documento parla di «riconoscimento pieno del vissuto», sta facendo qualcosa di diverso dall'accoglienza: sta erigendo l'autopercezione del soggetto a criterio non trattabile. La carità autentica non lo permette, perché la carità — diceva ancora Benedetto XVI — non è mai separabile dalla verità.

I PUNTI IN CUI IL DOCUMENTO SI ALLONTANA

Alla luce di tutto questo, è possibile indicare con precisione dove il documento AGESCI entra in tensione con la dottrina morale della Chiesa.

Anzitutto, come si è visto, la separazione di fatto tra corpo sessuato e «identità di genere».

In secondo luogo, le formule «direzioni non trattabili» e «non oggetto di discernimento». Il discernimento è il cuore del metodo scout e di ogni pedagogia cristiana. Dichiarare il «riconoscimento» dell'identità di genere una direzione sottratta al discernimento significa decidere per via procedurale proprio la questione che è in discussione: si chiude il dibattito invece di affrontarlo.

In terzo luogo, il lessico «omolesbobitransfobia». Una fobia è una paura irrazionale. Ma la convinzione che l'essere umano sia creato maschio o femmina non è una paura irrazionale: è una posizione ragionata, che la Chiesa professa come verità rivelata. Etichettare la fedeltà a questo insegnamento come «-fobia» significa, di fatto, classificare il Catechismo stesso come un pregiudizio da superare. 

In quarto luogo, la questione del ruolo educativo. Che l'inclinazione, in sé, non sia una colpa è insegnamento pacifico della Chiesa. Ma dichiarare l'intera questione — orientamento e identità di genere — interamente fuori dal discernimento delle Comunità capi sottrae a chi forma dei minori una responsabilità che gli è propria: valutare la coerenza e la testimonianza di vita di chi assume un compito educativo.

In quinto luogo, la selettività delle fonti. Il documento si appoggia ai testi sinodali e di accompagnamento, ma il grande magistero antropologico sull'uomo e sulla donna è semplicemente assente. Una «sintesi» che omette la parte del Magistero più direttamente pertinente non è una sintesi completa.

Infine, lo slittamento da rispettare la persona a valorizzare l'identità di genere. Il documento si propone di valorizzare «l'unicità di ogni persona nella sua identità di genere». Rispettare e amare una persona è il Vangelo; "valorizzare" la categoria di identità di genere è già adottare l'impianto teorico che la dottrina invita invece a esaminare criticamente.

IL MAGISTERO PIÙ RECENTE: LA VOCE DI LEONE XIV

Non si tratta di una sensibilità del passato. Il magistero più recente conferma la stessa linea. Nel suo primo discorso al Corpo diplomatico, il 16 maggio 2025, Papa Leone XIV ha affermato che la famiglia è fondata sull'«unione stabile tra un uomo e una donna», e ha richiamato la dignità di ogni persona, «specialmente la più fragile e vulnerabile, dal nascituro all'anziano». Già da Vescovo di Chiclayo, in Perù, si era pubblicamente opposto all'introduzione dell'ideologia gender nei programmi scolastici.

Ancora più significativa è la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026. Il tema esplicito è la salvaguardia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale; ma il principio che vi è affermato risponde direttamente anche alla questione che qui ci occupa. Leone XIV mette in guardia contro «nuove forme di disumanizzazione» e contro le filosofie — il transumanesimo, il postumanesimo — che trattano l'essere umano come qualcosa da perfezionare, superare o ottimizzare. L'enciclica difende un'antropologia precisa: l'uomo è creato da Dio, ricevuto come dono, non materia grezza che la volontà o la tecnica possano riprogettare.

È esattamente lo stesso principio che risponde all'ideologia del gender. L'essere umano non auto-progetta la propria natura: la riceve. Il corpo non è uno strumento che la volontà riconfigura: appartiene alla verità della persona. La linea che va da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI prosegue, senza fratture, in Leone XIV.

CONCLUSIONE: ACCOMPAGNARE NELLA VERITÀ

Il documento AGESCI nasce da una preoccupazione vera. Esistono ragazzi e ragazze che soffrono, che si sono sentiti esclusi, che hanno incontrato durezza dove avrebbero dovuto trovare fraternità. A loro la Chiesa deve uno sguardo, un ascolto, una presenza — e su questo il documento ha ragione.

Ma la risposta alla sofferenza non è meno verità: è più carità e più verità insieme. Un giovane che vive confusione o disagio sulla propria identità merita di essere accolto, ascoltato, accompagnato — e merita anche di non ricevere un'ideologia consegnata come se fosse il Vangelo. La cosa più amorevole che un educatore cattolico possa offrire è la verità sulla persona umana, offerta con tenerezza: che ciascuno è voluto e amato da Dio, creato uomo o donna, e che questa differenza non è una gabbia, ma un dono da accogliere e da comprendere.

L'invito, allora, è semplice. L’AGESCI riscriva il proprio il documento, e lo faccia alla luce del Catechismo e del Magistero della Chiesa. E si chieda allo scautismo cattolico di essere cattolico nella sua antropologia non meno che nella sua carità. Perché — sono parole di Benedetto XVI — «chi difende Dio, difende l'uomo».

 

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