«Più diritti più mamme»: 50mila firme per una legge che cancella il padre

«Più diritti più mamme»: 50mila firme per una legge che cancella il padre

Oltre cinquantamila firme per aprire la fecondazione artificiale alle donne sole e alle coppie di donne. Le ha raccolte la campagna «PMA per tutte» dell'associazione Luca Coscioni, che a metà novembre porterà alle Camere la sua proposta di legge di iniziativa popolare, come riferisce Open.

Sulla piattaforma del Ministero della Giustizia l'iniziativa ha un titolo che è già un programma: «Più diritti più mamme». Nel testo, la parola «padre» non compare mai. La chiamano libertà di diventare genitori. Ma a perdere un diritto, qui, è il bambino.

UNA LEGGE SCRITTA SENZA IL PADRE

Oggi, ricorda Open, la legge 40 del 2004 riserva la fecondazione artificiale alle coppie formate da un uomo e una donna, maggiorenni, sposate o conviventi, in età fertile e con una diagnosi accertata di sterilità o infertilità. Una legge ingiusta fin dal primo giorno: ha legalizzato la provetta e ha fatto del figlio un prodotto di laboratorio. Pretendeva ancora, almeno sulla carta, un uomo e una donna.

La proposta cancella anche questo. Potranno accedere, si legge nel testo, «persone maggiorenni in coppia oppure singole». E i nati avranno lo stato di figli «della coppia o della persona singola». Il padre non manca per una disgrazia: è escluso per legge, prima ancora del concepimento.

Certo, un uomo in questa storia c'è sempre: senza di lui nessun figlio può essere concepito. Solo che viene ridotto a «donatore» di seme e tenuto fuori dalla vita del bambino. Metà della sua storia, i tratti del viso, le inclinazioni, le radici, resterà senza un nome.

Qui sta il nodo. La famiglia non nasce da una costruzione artificiale: la disegna la natura, prima dello Stato e delle sue leggi. Un padre non è un ruolo intercambiabile, e non lo è una madre: ciascuno dà al figlio ciò che l’altro non può dargli. Insieme lo amano, faticano e rinunciano per lui, senza chiedergli di meritarselo. Togliere il padre a tavolino non allarga la famiglia: la mutila.

Ma il padre cancellato non è l’inizio del male: è il punto d’arrivo. Quando un figlio si fabbrica in laboratorio, padre e madre diventano funzioni sostituibili: prima con un «donatore», poi con nessuno.

UN DIRITTO PER GLI ADULTI, UN VUOTO PER IL FIGLIO

I promotori parlano solo di adulti. «Oltre cinquantamila persone hanno scelto di agire per un diritto che oggi molte donne sono costrette a esercitare all'estero», ha dichiarato Francesca Re, coordinatrice della campagna. La scheda ufficiale è ancora più esplicita: diventare genitori «è una scelta personale».

Eppure, il primo articolo della proposta promette di assicurare «i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». La formula non è nuova: sta già nella legge 40, ed è rimasta sulla carta per gli embrioni scartati. Il primo diritto del concepito è vivere; il secondo, nascere da un padre e da una madre. Questa proposta li nega entrambi. Lui non firma. Nessuno glielo chiede.

Il rovesciamento è completo. Un genitore vero non chiede al figlio di ripagarlo: lo accoglie prima ancora di conoscerlo. Qui accade il contrario. È il figlio a dover rispondere al desiderio di un adulto, come una prestazione da esigere. E a garantire «a tutti un accesso equo e sicuro», si legge ancora, dovrà essere il sistema sanitario pubblico. Con il timbro dello Stato e i soldi di tutti.

DALLA DIAGNOSI AL DESIDERIO

Un passaggio dice tutto. Tra i casi che danno accesso alla fecondazione artificiale, la nuova versione dell'articolo 4 della legge 40 elenca, accanto a sterilità e infertilità, «altre condizioni, anche non patologiche, che rendano impossibile il concepimento spontaneo». La scheda lo ammette: le cause possono essere «diverse, non solo mediche».

Detto in chiaro: l’assenza di un uomo diventa una «condizione» da trattare. 

Del resto, la fecondazione artificiale non ha mai guarito nessuno: chi è sterile resta sterile anche dopo aver avuto un figlio in provetta. Non cura: produce. Anche quando c’era una diagnosi, la tecnica non rispondeva alla malattia: rispondeva al desiderio, comprensibile, di avere un figlio. Ora non serve più nemmeno la diagnosi. Resta solo il desiderio.

Dietro c’è un’idea precisa: che ogni limite sia un ostacolo da scavalcare, e che il laboratorio possa scavalcarli tutti.

Ma che un figlio nasca da un uomo e da una donna non è un difetto della natura. È il modo in cui la natura protegge proprio lui. Quando la tecnica prende il posto della morale, diventa lecito tutto ciò che si può fare. E il conto lo paga, in primis, chi non ha voce.

I primi sono i figli che non nasceranno mai: gli embrioni prodotti in più, selezionati, congelati, perduti. Ogni fecondazione artificiale li mette in conto. Anche quella «per tutte».

UN PALETTO ALLA VOLTA

Non è un'iniziativa improvvisata. Secondo Open, la mobilitazione, partita a giugno, ha coinvolto oltre 50 sigle e più di 800 volontari ai banchetti di 30 città, con videoappelli da oltre due milioni di visualizzazioni.

Il metodo lo rivendica Filomena Gallo, segretaria nazionale dell'associazione: «i diritti sono avanzati grazie a chi ha avuto il coraggio di rivolgersi ai tribunali e alla Corte costituzionale». E ora, aggiunge, «chiediamo al Parlamento di fare la propria parte». Prima le sentenze, poi le Camere chiamate a ratificare. L'obiettivo, scrive Open, è abbattere «gli ultimi paletti» della legge 40.

Ma la vera breccia non si apre adesso: si è aperta nel 2004, quando la provetta è diventata legge. E chi spera di salvare il resto cedendo un pezzo alla volta finisce per consegnare tutto.

E la partita sarà lunga: le proposte di iniziativa popolare non decadono con la fine della legislatura. Open aggiunge un «via libera» alla ricerca sulle staminali embrionali, che nel testo del Ministero non compare. 

«Più diritti più mamme». Ma in questa legge spariscono due diritti: quello di tanti concepiti in provetta a nascere, e quello di chi nasce a chiamare qualcuno «papà». «Cinquantamila firme sono cinquantamila persone che hanno scelto di non aspettare più», dice Filomena Gallo. Nemmeno noi possiamo restare a guardare: il Parlamento deve ascoltare anche chi difende quei bambini. Tutti.

 

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