Suicidio assistito: il medico può ancora dire no?

Suicidio assistito: il medico può ancora dire no?

Per anni ci è stato ripetuto che il suicidio assistito avrebbe rappresentato soltanto una possibilità in più, senza obbligare nessuno a usufruirne. Due vicende recentissime, una nel Regno Unito e una in Italia, mostrano però che la questione è molto più profonda: che cosa accade quando il medico non vuole collaborare alla morte?

L’11 settembre 2026 la Camera dei Comuni britannica ha respinto, con 286 voti contrari e 270 favorevoli, il disegno di legge sugli adulti affetti da malattie terminali. Il risultato è stato confermato dal resoconto ufficiale del Parlamento britannico

A rendere particolarmente significativo quel voto è stata la testimonianza di una deputata che conosce direttamente la malattia terminale.

LA TESTIMONIANZA DI ASHLEY DALTON

Ashley Dalton, deputata laburista ed ex ministra, ha raccontato di essere affetta da un tumore al seno metastatico al quarto stadio, incurabile. Quando il Parlamento aveva discusso in precedenza una proposta analoga, lei stava affrontando in segreto la propria diagnosi.

Ha parlato della paura, dell’ansia, dell’incertezza e del timore di diventare un peso per la famiglia. Ha ammesso di avere pensato, nei momenti più difficili, che forse sarebbe stato “più giusto e più facile per tutti” morire subito.

Proprio per questo la sua posizione merita attenzione. Dalton non parlava da osservatrice esterna, ma da persona che si trova esattamente nella condizione che il disegno di legge pretendeva di tutelare.

La deputata ha sottolineato che il rischio di suicidio è particolarmente elevato subito dopo una diagnosi e tende spesso a diminuire nei mesi successivi. Una depressione curabile, tuttavia, non avrebbe escluso automaticamente il paziente dalla procedura prevista dal disegno di legge. 

Il disegno di legge valutava soltanto se la persona fosse capace di prendere una decisione, ma non prevedeva una verifica adeguata della sua salute mentale. Tuttavia, una persona può essere capace di intendere e volere e, nello stesso tempo, trovarsi in una situazione di depressione o di fragilità psicologica.

SEI MESI DI VITA: UNA PREVISIONE NON INFALLIBILE

Un altro punto decisivo riguarda la prognosi. Il disegno di legge britannico avrebbe riguardato le persone ritenute prossime alla morte entro sei mesi. Ma Dalton ha ricordato che, nel caso dei tumori metastatici, una previsione tanto precisa è spesso impossibile.

La deputata vive tra una scansione e l’altra, in periodi di nove-dodici settimane. Un esame può mostrare che la malattia è stabile; quello successivo può rivelare una nuova progressione. Un farmaco può smettere di funzionare, ma un trattamento successivo può prolungare la vita per mesi o per anni.

Trasformare una previsione medica incerta in una porta d’accesso alla morte significa attribuire a una prognosi un potere enorme e irreversibile. Una previsione sbagliata può essere corretta quando riguarda una terapia; non può esserlo quando ha già prodotto la morte.

Dalton ha inoltre ricordato che il disegno di legge prevedeva un’entrata in vigore automatica dopo quattro anni. Anche qualora il Servizio sanitario nazionale non fosse stato pronto, anche qualora le cure palliative fossero rimaste insufficienti, la procedura sarebbe comunque diventata operativa.

LE CURE PALLIATIVE NON SONO UN’ALTERNATIVA DI SERIE B

Nel suo intervento, Ashley Dalton ha respinto l’idea secondo cui una malattia terminale conduca necessariamente a una morte terribile e insopportabile, a meno che non venga offerto il suicidio assistito.

Ha denunciato la carenza di accesso alle cure palliative, ma ha anche ricordato che, quando sono adeguatamente garantite, esse possono alleviare il dolore e accompagnare la persona nella fase finale della vita. Il problema, dunque, non è che esista la vita fragile: è che troppo spesso il malato viene lasciato solo.

Se lo Stato non garantisce assistenza sanitaria, sostegno psicologico, cure palliative e aiuto sociale, la cosiddetta “scelta” di morire rischia di essere condizionata dalla paura, dalla solitudine o dal senso di colpa.

Una persona che teme di pesare economicamente sulla famiglia non è necessariamente libera. Un anziano che si sente abbandonato non è necessariamente libero. Un malato depresso che pensa di essere diventato inutile non è necessariamente libero.

Chiamare tutto questo “autonomia” può significare semplicemente abbandonare il più debole davanti alla sua disperazione.

IL CASO DEI DIECI MEDICI ITALIANI

Mentre nel Regno Unito il Parlamento ha respinto il disegno di legge, in Italia il caso di Sibilla Barbieri porta alla luce un’altra questione.

Come ha scritto Tommaso Scandroglio sulla Nuova Bussola Quotidiana, dieci medici dell’ASL Roma 1 sono indagati per le ipotesi di reato di rifiuto e omissione di atti d’ufficio, in relazione alla vicenda dell’attrice e regista romana Sibilla Barbieri.

Nel 2023 la donna aveva chiesto all’ASL di verificare la possibilità di accedere al suicidio medicalmente assistito in Italia. Il Comitato etico aveva espresso un parere favorevole, ma la commissione sanitaria aveva ritenuto assente il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Secondo la ricostruzione dei familiari, dopo il primo diniego dell’ASL le condizioni di Sibilla Barbieri erano peggiorate: aveva iniziato l’ossigenoterapia e assumeva farmaci antidolorifici ad alto dosaggio. La famiglia riteneva quindi che l’ASL dovesse riesaminare il caso, per verificare se fosse diventato presente il requisito che in precedenza era mancato, cioè la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Poiché questo nuovo esame, a loro giudizio, non sarebbe stato effettuato, i familiari hanno denunciato i medici per il presunto rifiuto o la presunta omissione di atti d’ufficio. Non li accusavano di aver provocato la morte della donna, ma di non aver compiuto gli atti necessari per stabilire se potesse accedere al suicidio assistito in Italia.

La Procura aveva chiesto di archiviare il caso, cioè di chiudere il procedimento senza mandare i medici a processo. La famiglia si è opposta a questa richiesta. Il GIP Marisa Mosetti ha accolto l’opposizione e ha fissato per il 16 dicembre un’udienza: dovrà decidere se archiviare comunque il procedimento, ordinare nuove indagini oppure far proseguire il caso verso un eventuale processo. I medici, è importante ricordarlo, sono ancora soltanto indagati e non sono stati condannati. I dettagli sono stati riportati da RaiNews.

Tuttavia, il significato etico della vicenda è molto serio: se la mancata rivalutazione di un caso può portare a un procedimento penale, il medico rischia di non essere più considerato libero di rifiutare qualsiasi collaborazione con il suicidio assistito.

In altre parole, si potrebbe passare dal principio “non sei punito se, in casi eccezionali, aiuti” al principio “rischi di essere punito se non fai quanto serve per rendere possibile l’aiuto”. La libertà di coscienza resterebbe formalmente scritta sulla carta, ma verrebbe svuotata nella pratica.

PER LA LIBERTA' DI COSCIENZA: Firma la petizione "Difendiamo la libertà di coscienza dei medici!"

LA CONSULTA NON HA IMPOSTO UN OBBLIGO: IL RISCHIO È CHE NASCA DI FATTO

La sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale non ha stabilito che ogni persona abbia un generale diritto a ottenere dallo Stato la propria morte.

Ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio soltanto in una situazione eccezionale, quando sono presenti quattro condizioni:

  • la persona soffre di una patologia irreversibile;

  • vive sofferenze fisiche o psicologiche che considera intollerabili;

  • dipende da trattamenti di sostegno vitale;

  • è capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Queste condizioni devono essere verificate da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, con il parere del Comitato etico competente.

La Consulta ha inoltre chiarito un punto fondamentale: la sua decisione «non crea alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici». Il medico, dunque, conserva la libertà di prestarsi oppure di rifiutare.

Anche la sentenza n. 135 del 2024 ha mantenuto il requisito dei trattamenti di sostegno vitale, pur interpretandolo in modo più ampio. La Corte ha ribadito che la vita umana è un bene fondamentale, che lo Stato deve proteggere le persone vulnerabili e che tutti devono poter accedere realmente alle cure palliative.

Perciò la Consulta non ha detto: “Ogni malato ha diritto a ricevere la morte e ogni medico deve renderla possibile”. Ha detto che, in circostanze molto precise, l’aiuto al suicidio può non essere punito e che il medico non è obbligato a collaborare.

Il caso dei dieci medici mostra però il pericolo di una trasformazione pratica di questo principio. Se un medico può essere indagato perché non ha riesaminato la situazione del paziente per verificare se esistano le condizioni per il suicidio assistito, allora l’eccezione rischia di diventare una pretesa e la libertà di coscienza rischia di trasformarsi in un obbligo.

Questa trasformazione non è ancora contenuta in una legge generale. Ma è proprio questa la direzione che occorre impedire: il passaggio dalla non punibilità dell’aiuto, in casi limitati, all’obbligo per le strutture sanitarie e, domani, per ogni medico, di collaborare alla morte.

PER LA DIFESA DELLA VITA: Firma la petizione "NO al suicidio assistito!"

LA COMPASSIONE NON È SOPPRESSIONE

Le vicende di Londra e di Roma non sono identiche, ma pongono la stessa domanda: una società veramente compassionevole deve aiutare il malato a vivere il tempo che gli resta o deve offrirgli la morte come soluzione alla sofferenza?

La risposta non può essere l’abbandono. Davanti alla paura servono presenza, cure palliative, sostegno psicologico, aiuto alle famiglie e protezione sociale. La diagnosi non è una condanna e la fragilità non rende una persona meno degna di essere amata e curata.

Il medico che rifiuta di provocare o facilitare la morte non è un ostacolo al progresso. È una garanzia per il malato, per la famiglia e per l’intera società.

CONTRO LA CULTURA DELLA MORTE: Firma la petizione "Fermiamo la cultura della morte! Difendiamo la Vita!"

La vita non perde valore quando diventa fragile. E una società che comincia a considerare la morte una prestazione sanitaria rischia, prima o poi, di smettere di curare proprio coloro che hanno più bisogno di essere accompagnati.

 

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