Pediatri e psicologi sfidano la guida gender: «Primum non nocere»
Un bambino di tre anni viene presentato come possibile caso di “incongruenza di genere” e avviato verso un cambio di nome, ruolo sociale e futura carriera alias. Ora centinaia di medici, pediatri e psicologi chiedono di rivedere la guida che propone questo approccio. Il 22 luglio è stata inviata alla Società Italiana di Pediatria e all’Associazione Culturale Pediatri la lettera «Primum non nocere: la scienza oltre lo sguardo».
UNA RISPOSTA SCIENTIFICA ALLA GUIDA
Secondo quanto riportato da AgenSalute, la lettera era inizialmente sottoscritta da 300 professionisti tra pediatri, medici e psicologi. Dopo la pubblicazione online avrebbe superato, in una sola giornata e attraverso il semplice passaparola, le 500 adesioni.
Il contatore del sito della campagna, al momento della consultazione, riportava invece 360 firme di professionisti e 90 firme esterne. I dati non appaiono quindi perfettamente sincronizzati, ma il significato della mobilitazione resta evidente: un numero crescente di sanitari non considera scientificamente chiuso il dibattito sui percorsi di “affermazione di genere” rivolti ai minori.
Il documento «Primum non nocere: la scienza oltre lo sguardo» è stato redatto dai pediatri Antonio Belluzzi e Giovanni Bonini, dalla pediatra in formazione specialistica Ivana Bringheli e dal pediatra e genetista Giovanni Battista Ferrero. Gli autori riconoscono come doveroso contrastare stigma e discriminazioni, ma denunciano nella guida SIP-ACP un’impostazione troppo generica, che riunisce orientamento sessuale, identità di genere, intersessualità, omogenitorialità e maternità surrogata senza approfondire adeguatamente le differenti implicazioni cliniche, biologiche ed etiche.
IL SESSO BIOLOGICO NON È UN’ETICHETTA
Uno dei punti più netti riguarda il rapporto tra corpo e identità. Secondo i firmatari, il sesso non può essere ridotto a una definizione semplicemente «assegnata alla nascita»: la differenziazione sessuale coinvolge fattori cromosomici, gonadici e ormonali e contribuisce allo sviluppo degli organi, del sistema endocrino e del sistema nervoso fin dalle prime fasi della vita embrionale.
Per questo il documento giudica non scientifica l’idea di una “vera essenza” identitaria già perfettamente formata e indipendente dal corpo. L’identità personale del bambino si sviluppa lentamente attraverso l’interazione tra costituzione biologica, esperienze, relazioni familiari e ambiente sociale. Rispettare il vissuto di un minore non significa trasformare ogni sua autodefinizione momentanea in una verità definitiva e immutabile.
LA TRANSIZIONE SOCIALE NON È NEUTRALE
La lettera affronta direttamente la transizione sociale precoce: cambio di nome, pronomi, abbigliamento e ruolo assunto negli ambienti familiari e scolastici. I firmatari affermano che essa «non è un atto neutrale di semplice accoglienza», ma un intervento psicologico capace di modificare il contesto nel quale il bambino costruisce la propria identità.
Le prove disponibili sui benefici, sui rischi e sugli effetti a lungo termine vengono definite molto limitate. Il documento richiama inoltre le revisioni sistematiche considerate dalla Cass Review britannica, secondo le quali anche le evidenze riguardanti bloccanti della pubertà e successivi trattamenti ormonali risultano deboli e incerte. Regno Unito, Svezia, Finlandia e Norvegia stanno infatti orientando le proprie linee guida verso maggiore prudenza e valutazioni psicologiche più ampie.
IL RISCHIO DI NON VEDERE LA VERA SOFFERENZA
Un’altra criticità è il cosiddetto diagnostic overshadowing: concentrare l’intera attenzione sulla questione di genere può impedire di riconoscere altre condizioni che richiedono cura. Il documento ricorda la frequente presenza di autismo, disturbo da deficit di attenzione, depressione, ansia, disturbi alimentari, traumi e difficoltà familiari.
Un ambulatorio realmente accogliente, sostengono i firmatari, dovrebbe offrire ascolto senza minimizzare né ideologizzare il disagio. Dovrebbe inoltre distinguere chiaramente tra rispetto della persona e adesione automatica a un’ipotesi identitaria ancora in formazione, coinvolgendo pediatri, neuropsichiatri infantili, psicologi e psicoterapeuti in una valutazione completa.
DALL’AUSTRIA ALL’ITALIA, LO STESSO ALLARME
Queste osservazioni confermano quanto Generazione Voglio Vivere aveva già denunciato raccontando l’allarme lanciato da Daniela Karall, presidente della Società Austriaca di Pediatria e Medicina dell’Adolescenza.
Il centro transgender dell’Ospedale universitario di Innsbruck segue circa 900 persone, quasi 300 delle quali minorenni. Karall ha richiamato l’attenzione sulla possibile cronicizzazione dei pazienti, sulla dipendenza prolungata dagli ormoni, sulle conseguenze irreversibili degli interventi e sul rischio di infertilità. Ha inoltre osservato che il bisogno di assistenza psicologica può continuare, o persino aumentare, dopo la medicalizzazione.
LA BATTAGLIA DI GENERAZIONE VOGLIO VIVERE
Per questo abbiamo lanciato la petizione «Fermiamo il gender negli ambulatori pediatrici», che ha già raccolto oltre duemila adesioni ed è indirizzata al ministro della Salute Orazio Schillaci.
Chiediamo una verifica indipendente della guida «Oltre lo sguardo», la sospensione della sua diffusione negli ambulatori, la tutela del ruolo primario dei genitori e la garanzia che la pediatria resti un luogo di cura, non di rieducazione antropologica. Le firme dei professionisti dimostrano che queste richieste non nascono da una paura irrazionale, ma da interrogativi clinici seri e documentati.
La Chiesa insegna che la persona è un’unità inscindibile di corpo e anima: il corpo non è un ostacolo da superare, ma parte della verità dell’uomo. Davanti alla sofferenza di un bambino servono ascolto, pazienza e prudenza. Quando le prove sono fragili e le conseguenze possono essere irreversibili, “non nuocere” non è conservatorismo: è il primo dovere della medicina.