Scegliamo la vita: a Roma migliaia di voci per chi non ha voce
A Roma, sabato 13 giugno, migliaia di persone hanno sfilato da piazza della Repubblica a San Giovanni in Laterano per la Manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”. In piazza c’era anche Generazione Voglio Vivere, parte viva di un popolo che non si arrende davanti all'immagine tragedia dell'aborto legale.
UN POPOLO IN STRADA
Secondo quanto riportato da La Nuova Bussola Quotidiana, la manifestazione si è svolta sotto il sole romano con un obiettivo chiaro: testimoniare, proteggere e promuovere la sacralità della vita umana innocente, «dal concepimento alla morte naturale».
Il corteo, colorato e pacifico, ha raccolto famiglie, bambini, giovani, sacerdoti, religiose, associazioni e gruppi ecclesiali. Per Generazione Voglio Vivere, esserci non è stato un gesto simbolico. È stato un atto di presenza pubblica. In un tempo in cui l’aborto viene presentato come diritto, l’eutanasia come libertà e la manipolazione della vita come progresso, scendere in strada significa dire che nessuna legge può cancellare la dignità di un innocente.
LA LETTERA CHE HA COMMOSSO LA PIAZZA
Il momento più inatteso è arrivato con il messaggio di Andrea Bocelli. Come riportato anche da Avvenire, il tenore ha ricordato la scelta di sua madre, alla quale i medici avevano sconsigliato di portare avanti la gravidanza. Lei, invece, «scelse di fidarsi della vita». Bocelli ha riassunto tutto con parole semplicissime: «Devo tutto a quella scelta».
È una frase che pesa più di molti discorsi. Perché non parla in astratto. Parla di un uomo concreto, di una madre concreta, di una vita concreta che qualcuno avrebbe potuto considerare “non conveniente”, “troppo difficile”, “sconsigliabile”. E invece quella vita è nata.
La sua testimonianza smaschera uno dei grandi inganni della cultura abortista: far credere che il bambino prima della nascita sia un problema, una diagnosi, una probabilità statistica, un ostacolo. Ma ogni volta che una madre viene aiutata a dire sì, il mondo riceve un dono che non può misurare in anticipo.
LE RICHIESTE DELLA PIAZZA
Dal palco è stato lanciato un appello chiaro: sostenere concretamente la natalità, contrastare la crescente liberalizzazione dell’aborto farmacologico, respingere le pratiche che prevedono la produzione, la selezione, il congelamento e la soppressione degli embrioni, e opporsi a qualsiasi iniziativa legislativa volta a introdurre il suicidio assistito o l’eutanasia.
La piazza ha chiesto anche un vero aiuto alle madri in difficoltà: non slogan, ma consultori aperti alla vita, associazioni capaci di accompagnare le donne, politiche familiari strutturali e un Fondo per il diritto di non abortire. Perché spesso l’aborto non nasce da una libertà piena, ma da solitudine, paura, pressione sociale e abbandono.
LA POLITICA DAVANTI ALLA VITA
Il presidente della Camera Lorenzo Fontana, in un messaggio ai partecipanti, ha richiamato la necessità di rafforzare gli strumenti di sostegno alla maternità e di promuovere una cultura capace di opporsi alla logica della selezione e della marginalità. È un punto decisivo: una società che accoglie solo il figlio desiderato, sano, programmato e compatibile con i piani degli adulti non è più una società giusta.
Anche monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha inviato un messaggio in cui ha parlato della necessità di scegliere la vita debole: quella nascente nel grembo materno e quella che si apre all’eternità in un letto d’ospedale.
Il riferimento più alto, però, resta quello di Papa Leone XIV. Nel suo recente discorso al Parlamento spagnolo, il Pontefice ha ricordato che la difesa della vita umana non è una questione confessionale, ma «una meta di civiltà». È esattamente ciò che la piazza di Roma ha mostrato: difendere la vita non è una battaglia di parte, ma il fondamento stesso del bene comune.
NOI C’ERAVAMO
Generazione Voglio Vivere c’era. C’eravamo con il nostro volto, con la nostra presenza, con la nostra convinzione. Eravamo in mezzo a quel popolo che non accetta di lasciare il bambino non nato nell’ombra, il malato nella solitudine, l’anziano nella paura di essere considerato un peso.
E c’eravamo perché la battaglia per la vita non si combatte solo nei comunicati, nei libri o nelle campagne online. Si combatte anche fisicamente, nella piazza, accanto ad altri, mostrando che esiste un’Italia che non si rassegna all'omicidio del più indifeso, non accetta l’eutanasia e non vuole che la fragilità diventi una condanna.
Le fotografie di quella giornata non sono soltanto un ricordo. Sono una prova. Dicono che la testimonianza pubblica è ancora possibile, che il popolo pro-life esiste, che non tutto è già perduto, che ci sono famiglie, giovani e volontari disposti a metterci la faccia.
A Roma, ancora una volta, si è alzata una voce semplice e radicale: la vita non si scarta, si accoglie. E noi continueremo a dirlo.